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Mi chiamo Maya di Tommaso Agnese – Recensione Film

Cosa ci si aspetta da un giovane regista esordiente che porta in sala la sua opera prima? Di certo non un film perfetto, né un’opera di grande virtuosismo stilistico o, tanto meno, un prodotto privo di difetti. Forse ci si aspetta di trovare la passione, la sbavatura, l’imperfezione che fa trapelare l’inesperienza, la voglia di raccontare, la freschezza e la fantasia che tenta di sopperire a ogni lacuna. Tutti attributi che tendono a rendere il film piacevole e godibile e che, a volte, ne diventano i veri e propri punti di forza (basta buttare un’occhio a cult come “Clerks”).

Ma quando davanti a un’opera prima si scorge l’ombra ingombrante dei padri, l’afflato buonista di “Don Matteo”, la banalità stereotipata di “Un posto al sole” e la mancanza di idee originali allora qualcosa inizia a stonare. Insomma, perchè far fare un cinema a un giovane che tanto racconta le stesse cose dei vecchi? Dov’è il rinnovamento?

“Mi chiamo Maya”, opera prima dell’esordiente di Tommaso Agnese,  si situa nella seconda categoria, ovvero quei prodotti realizzati da giovani e giovanissimi che però scimmiottano i padri, che non riescono a offrire quella ventata di freschezza che ci aspetterebbe da loro, che non fanno altro che ripercorrere le ormai trite strade della fiction di Rai 1, che cercano di emozionare ma non ci riescono. Ancora una volta un film ancorato al sociale che parla di orfanelle, gioventù allo sbando, assistenti sociali goffe e antisesso, incidenti stradali, droghe, piercing e tattoo, selfie, social network, web-cam erotiche, discoteche pomeridiane, baby cubiste e un’altra infinità di clichè della peggior specie. Tuttavia non è nelle tematiche che Agnese (si) infossa il suo film bensì nel modo in cui le racconta e le mette in scena, in cui gli stereotipi vengono gettati in faccia allo spettatore a forza di frasi fatte (“Dai, facciamoci una selfie” o “Faccio una foto così poi taggo tutti su facebook”), in cui manca un minimo di sguardo critico sui fenomeni, mostrando tutta la gracilità della struttura narrativa che non indaga il disagio, limitandosi a mostrarlo superficialmente e maldestramente.

Ciò è strano visto le premesse dello stesso regista che, più volte, ha asserito che il film nasce da una lunga  indagine sociologica svolta tra gli adolescenti, atta a comprendere il loro mondo. Ma purtroppo il mondo adolescenziale mostrato in “Mi chiamo Maya” non è nient’altro che un’insieme di luoghi comuni presi dai tg e dai social. Inoltre, nonostante il film ha la classica struttura di un romanzo di formazione, il topos del viaggio a tappe è raccontato in maniera forzata e sconnessa, senza dare il minimo spessore psicologico alla variegata fauna che popola la pellicola e la strada di Niki (Matilda Lutz) e Alice (Melissa Monti), le due giovani orfanelle.

Ciò che resta è solo l’amaro in bocca per un’occasione sprecata per il cinema italiano di rinnovarsi e dire qualcosa di nuovo. Ad Agnese gli si perdonano gli abbellimenti estetici con dolly e crane a discapito della recitazione, gli si perdonano alcuni difetti narrativi e strutturali, gli si perdona l’ingenuità del ralenty del cavallo che corre sul finale, ma non gli si riesce a perdonare la mancanza di freschezza e fantasia, le telefonate derivazioni dalla fiction e, soprattutto, la banalità con cui un giovane racconta le giovani generazioni.

Ma poichè a tutti si da una seconda possibilità lo attenderemo nuovamente al varco.

About Lorenzo Giovenga

Lorenzo Giovenga è un giovane regista italiano. Esordisce nel 2009, insieme al collega e amico Giuliano Giacomelli, col lungometraggio horror “La Progenie del Diavolo“. Insieme, sempre nel 2009, firmano anche i cortometraggi “Pianto Rosso” e “Voce dall’Inferno“. Nel 2011 fonda insieme a Giuliano Giacomelli e Lucio Zannella la Rec-Volution Lab.

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