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Joaquin Phoenix e Paul Thomas Anderson 05

Joaquin Phoenix e Paul Thomas Anderson a Roma per presentare Vizio di Forma

In occasione dell’imminente uscita del film Vizio di Forma (Inherent Vice), atteso nei cinema italiani giovedì 26 febbraio 2015, abbiamo incontrato il regista Paul Thomas Anderson ed il protagonista del film Joaquin Phoenix. Una lunga chiacchierata della durata complessiva di 50 minuti. I nostri interlocutori si sono dimostrati disponibilissimi al dialogo, a dispetto di un approccio diverso alla chiacchierata e al confronto.

Mentre Paul Thomas Anderson è sembrato completamente a proprio agio, Joaquin Phoenix ha mostrato le stesse difficoltà manifestate due anni fa durante il festival di Roma per la presentazione di Her (Lei). Nonostante la disponibilità e una spiccata vena ironica nelle proprie risposte, la star hollywoodiana ha tenuto un profilo molto distaccato, lo sguardo quasi sempre fisso verso il basso, le mani nelle tasche della giacca ed un’importante attenzione nei confronti del timer del nostro registratore. Lui è nella vita così come nei film, carismatico e cupo, riflette a lungo prima di rispondere e sembra sempre in disagio con il proprio interlocutore.

Per realizzare il look del suo personaggio si è ispirato a Neil Young?

Joaquin Phoenix : “Sì, per creare il look di Doc Sportello, coi basettoni e i capelli lunghi sono partito proprio da Neil Young. Nell’ufficio di Paul poi ci sono molti libri sul periodo Hippy e abbiamo fatto delle prove per vedere cosa funzionava e cosa no. Tuttavia stiamo parlando di un processo che dura alcuni mesi e spesso ti dimentichi da dove sei partito”.

In The Master e in Vizio di forma lei conferma di effettuare un continuo lavoro sul corpo. Entrambe le sue performance sono molto fisiche. Le piace lavorare sotto questo aspetto?

” Il personaggio di The Master soffre molto e per questo ho voluto che il suo tormento interiore fosse esternalizzato anche visivamente attraverso il suo corpo. Per il ruolo di Doc Sportello ho piuttosto fatto riferimento agli attori e agli show di quel dato momento storico, ispirandomi a personaggi come gli Three Stooges, con i loro occhi sempre stralunanti. Nello stesso tempo però volevo dare al mio personaggio anche un aspetto inquieto e penso di esserci riuscito”.

Avendo già diretto dei video musicali ha intenzione prima o poi di dirigere un film?

“Prima di tutto mi scuso con voi se avete avuto la sfortuna di vederli. Non ho assolutamente intenzione di dirigere un film”.

Nel libro come del film il rapporto di amore e odio tra Doc e Bigfoot è molto importante. Come è stato lavorare con Josh Brolin? Avete improvvisato alcune delle vostra scene?

“Le scene con il personaggio di Josh sono fondamentali. Non mi sembra che abbiamo improvvisato anche se spesso prima di girare la scena si fanno delle prove di riscaldamento ed è possibile che qualcosa sia finita nel film. Entrambi eravamo coscienti dell’importanza di questo rapporto nel libro e volevamo renderlo reale anche nel film. Lavorare con un attore come Josh è stato molto facile, e nonostante le normali difficoltà ci siamo anche divertiti “.

Nei suoi ultimi film ha sempre interpretato personaggi inseriti in un contesto passato o futuro. Come mai è così difficile immaginarla in un film ambientato nel presente?

“E’ un’ottima considerazione, fino a oggi però non avevo valutato la questione. E’ vero, non ho idea del perché, spero di poter interpretare presto anche un personaggio del nostro tempo”.

Documentandosi sul film ha scoperto qualcosa di nuovo sull’epoca in cui è ambientato?

“No, perché la mia ricerca è orientata a confermare quello che già voglio fare, non ho mai l’impressione di aver ricavato conoscenza da un film. Tendo spesso a dimenticare tutto velocemente come quando si studia per un esame. Per ogni film realizzo delle scatole che contengono tutto quello che mi è servito per quel ruolo, e solo se mi capita di aprirle mi accorgo che neanche mi ricordo di aver letto quel libro o di aver preso degli appunti.  Lavoro un po’ a compartimenti stagni. Nella piccola parte di cervello che mi è rimasta tendo ad ammassare un sacco di nozioni utili per girare un film e alla fine scordo tutto”.

Cosa ci può dire della sua preparazione per il film di Woody Allen?

“Non posso raccontare nulla ma ho già pronta una nuova scatola che contiene molti libri di filosofia”.

Regista e autore straordinario, Paul Thomas Anderson,  a soli 44 anni ha già firmato molti dei film più belli della storia del cinema degli ultimi vent’anni. Con molta umiltà e cordialità si concede alle nostre domande.

Sbaglio o il personaggio di Doc è ancora più romantico e idealista che nel libro?

Paul Thomas Anderson: ” Ottima osservazione, mi fa molto piacere che sia stato notato perché era proprio quello che volevo ottenere. Lui è disorientato dalla lettura dei titoli dei giornali, non riesce a crederci. Non è poco intelligente e non è strafatto, è solo molto confuso e ha problemi ad accettare che tutto sia vero”.

Dopo un film con pochi personaggi (The Master) ad una storia corale, è stata una scelta?

“L’opportunità di dirigere una storia corale è stato uno dei maggiori motivi di attrazione dopo aver girato The Master. Inoltre lì c’era solo una ragazza (Amy Adams) addirittura nessuna nel Petroliere, mentre in Vizio di Forma sono tantissime. Mi piaceva l’idea di avere molti ruoli femminili. Raymond Chandler amava dire che: l’obiettivo di una detective story è far andare in giro il tuo eroe a flirtare con una ragazza dopo l’altra”.

Quali i film noir hanno ispirato il film?

“Sinceramente e visivamente mi sono ispirato maggiormente al fumetto underground i Favolosi Freak Brothers, di Gilbert Shelton, in cui tre hippy esagerati hanno un’unica missione: procurarsi la droga ed evitare la polizia di Los Angeles”.

Nei suoi film quanto è importante la musica?

“Moltissimo. Per un film ambientato in quest’epoca precisa è molto importante scegliere musiche che non siano semplicemente una top 10 del periodo. Credo che la musica sia fondamentale e non solo dal punto di vista emotivo”.

Com’è nata l’idea di affidare al personaggio di Sortilege la voce narrante?

“Più o meno verso la metà del processo di scrittura. Mi sono prima assicurato che il film potesse vivere anche senza narratore. E’ stata veramente una bella idea e sono contento di averlo fatto, grazie anche alla scelta di un’attrice come Joanna Newson, lei è un’arpista e una cantante, una donna che sembra vivere parallelamente in epoche diverse e ha una voce molto musicale oltre che bellissima”.

L’ultima inquadratura ricorda vagamente Magnolia, è voluto?

“Sinceramente non ci sono paragoni consapevoli con Magnolia, sicuramente però ci sono molte similitudini. Lo sguardo malinconico sul volto di lei, mentre la paranoia sale ancora intorno a Doc. Trovo che questo sia un  po’ disturbante. Nasce tutto dal viso di Joaquin che fa delle vere e proprie acrobazie con la sua faccia, non sai mai bene cosa sta per succedere “.

Nella corsa agli Oscar per la sceneggiatura a chi lo darebbe?

“Sicuramente a Grand Budapest Hotel!”

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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