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The Last Dance – Il mito di Jordan e dei suoi Chicago Bulls – Recensione

The Last Dance: Il viaggio umano, sportivo, culturale e spirituale più intrigante della TV di questa prima metà del 2020. Dieci memorabili capitoli di storie di vite, delusioni e trionfi che segnano il confine dell’ambizione, della perseveranza, della fiducia in se stessi e della competitività di un essere umano.

Il documentario di Netflix, realizzato in collaborazione con ESPN, NBA Entertainment, Mandalay Sports Media e Jump23, racconta e analizza l’ultima stagione vincente dei Chicago Bulls, capitanati dal mito degli anni ’90, Michael Jordan, ormai vera e propria icona culturale prima che una delle più grandi stelle del basket Mondiale, e guidata in panchina da Phil Jackson, probabilmente l’allenatore NBA più vincente di sempre.

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Un ultima stagione denominata “L’ultimo Ballo” proprio dallo stesso coach del Montana durante l’inizio del precampionato. L’ultima stagione insieme ai suoi campioni a caccia del terzo titolo iridato consecutivo (il sesto in 8 anni). Un anno sportivo iniziato con la consapevolezza che per la società dell’Illinois e per il vulcanico general manager Jerry Krause, Jackson, non sarebbe stato confermato alla guida della squadra l’anno successivo, anche in caso di una vittoria schiacciante, e con lui molte delle stelle della squadra.

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Una decisione incredibile, ancora oggi inspiegabile, se non con l’obiettivo di tagliare un tetto ingaggi ormai ingestibile anche per le ricche casse societarie. I Bulls del tempo non potevano accertare una scelta simile, non possono neanche oggi dopo oltre vent’anni, e guidati dalla stella di Michael Jordan hanno messo in mostra un’ultima cavalcata gloriosa, lasciando parlare il campo per l’ultima volta.

Ciò nonostante The Last Dance non è un viaggio vincente privo di difficoltà. Il solo pensiero di sapere che la società vuole distruggere quanto costruito negli anni poteva destabilizzare chiunque, e lo ha fatto, ma non Air Jordan.

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Le 10 puntate di The Last Dance ci raccontano con un senso del ritmo e suspense degno del miglior thriller cinematografico, e una narrazione talmente avvincente da tenere lo spettatore sul filo di lana nonostante il risultato sia già ampiamente conosciuto, una storia sportiva e di uomini ricca di colpi di scena e giocate sensazionali.

Per farlo la serie ideata da Michael Tollin e diretta da Jason Hehir offre un racconto composto da un intreccio temporale, in cui gli sceneggiatori ci raccontano tutti i momenti più significativi che hanno portato i Bulls alla finale del 98 contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone.

Dall’arrivo nei Bulls di Jordan dal draft del 1984 all’accordo con la Nike da semisconosciuto, dal Dream Team olimpionico di Barcellona ’92 in compagnia di Larry Bird e Magic Johnson ai primi successi nelle NBA Finals, senza dimenticare l’infanzia di Air Jordan. Il suo rapporto con suo padre, le sue debolezze, il suo spiccato e indiavolato lato competitivo fino all’iniziale ritiro dall’NBA dopo 3 trionfi consecutivi, in cui non mancano possibili retroscena della stampa scandalistica mai dimostrati, per passare all’approdo nel baseball professionistico, tornare di nuovo in NBA e trionfare ancora.

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Pubblicato da NBA su Martedì 19 maggio 2020

Incentrato principalmente su Jordan e sull’ultima stagione, The Last Dance trova il tempo di raccontare anche le storie di tutti gli altri indimenticabili attori non protagonisti della cavalcata, restituendo il giusto spazio alle loro imprese. Narrando la loro fondamentale importanza, nell’universo di Jordan, le loro relazioni e sviscerando parte del tessuto psicologico e di contrasto. Nessuno vince da solo.

Un viaggio negli anni’90 di uomini diventati miti lontano dalla serialità promozionale da social network, dove per arrivare al successo non bastava solo una buona idea e una ragionata campagna in rete, fatta di like e commenti, ma sacrifici e una voglia matta di passare alla storia.

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Come già detto la figura di Michael Jordan è ovviamente dominante all’interno della narrazione, centrale con tutte le altre storie e personaggi che gli ruotano intorno come satelliti. Attraverso The Last Dance ogni appassionato di Basket, ma anche chi non si è mai interessato a questo sport, può rivivere le gesta di quella che è diventata una vera e propria icona pop. L’uomo che ha cambiato non solo il mondo NBA ma anche il modo di interpretare il business che gira intorno ad un professionista di uno sport di squadra. Prima di Jordan i contratti pubblicitari faraonici, o una serie di scarpe dedicate, erano appannaggio solo di protagonisti di sport individuali come il tennis.

Jordan tuttavia non è stato solo un business-man ma un atleta straordinario, probabilmente il migliore degli anni ’80 fino al 2000, che dai suoi trionfi ha saputo ottenere fama e denaro. Un concentrato di forza, intelligenza e competitività assoluta affidata al basket. Un predestinato come Muhammad Ali o Bruce Lee, animato dalla stessa determinazione di diventare il migliore. Una volontà e un ossessione maniacale che con l’aiuto dei compagni, trascinati dal suo atteggiamento, spesso anche dittatoriale e volutamente arrogante – ma che la storia ha decretato necessario – lo ha fatto entrare nella leggenda sportiva.

Ad un occhio meno attento, facilone e provocatorio il comportamento di Michael Jordan può sembrare da bullo, alcuni diranno che si poteva vincere comunque. Sono tutte cazzate di gente senza attributi. Trovare un compagno con una determinazione come Jordan, giocare, soffrire e vincere con uno che richiede dal prossimo lo stesso impegno, lo stesso sacrificio che chiede a se stesso può solo rendere un giocatore normale un campione.

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Dopo una vittoria sofferta contro un giovanissimo Jordan, il fenomeno Larry Bird disse di lui: “Sul parquet era Dio travestito da Michael Jordan“. Al tempo era solo un ragazzino arrivato due anni prima dal North Carolina con in mente la promessa di portare gli inconcludenti Chicago Bulls al livello delle più grandi squadre di sempre. Ci è riuscito perché era un fenomeno nella testa prima ancora che nel fisico.

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Jordan vs Katana

The Last Dance non entra mai in merito alla sua mentalità da Samurai, una perseveranza molto orientale, lo stesso Jordan cita più volte lo Zen durante l’ultima vittoria, ma non ci sarebbe da stupirsi se dietro la sua ossessione per essere il migliore, ci fossero precetti filosofici legati al bushidō e letture di libri seminali come l’Hagakure Yamamoto Tsunetomo o il Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi. Non fosse altro per quella volta in cui fu ferito da una Katana, durante il suo periodo universitario nel North Carolina, quando Jordan fu usato come tagliere per un anguria da un artista marziale della Katana bendato. 

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Regia: Jason Hehir Formato: Serie TV Genere: Documentario Anno: 2020 Durata: 60 min. numero episodi: 10. – Paese: USA Distribuzione: Netflix

About Davide Belardo

Davide Belardo
Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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