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Racconti di Cinema – Stardust di Matthew Vaughn con Charlie Cox, Claire Danes, Michelle Pfeiffer e Robert De Niro

Ebbene, oggi recensiamo Stardust. Sublime fantasy altamente romantico e, sotto ogni punto di vista, strepitosamente fantastico. Una miscela ottimamente congegnata che vola intrepidamente alata sulle cadenze avventurose d’una sognante levità mirabolante e deliziosa.

Seconda, inaspettatamente stupefacente opera di Matthew Vaughn (Kick-Ass, X-Men – L’inizio, Kingsman), qui al suo esordio hollywoodiano per la Paramount Pictures, dopo l’apprezzato The Pusher con Daniel Craig, Stardust uscì sui nostri schermi nell’Ottobre del 2007 ma, soltanto quest’anno, è finalmente disponibile in una pregiata, italiana edizione in Blu-ray contenente esclusivi contenuti speciali per collezionisti di razza e immancabili affezionati alla Settima Arte più delicatamente sofisticata.

Liberamente adattato dall’omonima novella illustrata di Neil Gaiman da parte dello stesso Vaughn e Jane Goldman, Stardust dura due ore e sette minuti e ricevette una buona accoglienza da parte di Critica e pubblico. Su Rotten Tomatoes, per esempio, famoso sito aggregatore di medie recensorie, a tutt’oggi può vantare il 76% di critiche estremamente lusinghiere.

Stando agli standard attuali, Stardust non costò neanche tanto, vale a dire soltanto 70 milioni di dollari. Sì, soltanto, poiché si tratta di una cifra relativamente esigua e non certamente astronomica se paragonata a film di questo tipo, ripetiamo, tutt’ora in voga. Gli incassi inoltre, sebbene non esaltanti, ricoprirono ampiamente le spese e Stardust, per molte settimane, primeggiò al box office in Inghilterra e in Irlanda. Piazzandosi in vetta come imbattibile campione del botteghino britannico.

Altrove, invece, riscosse assai meno successo.

Addirittura, da noi fu perlopiù ampiamente snobbato e non poco trascurato perfino dall’intellighenzia critica.

L’unico a rimanerne ben impressionato fu Paolo Mereghetti che, nel suo celeberrimo Dizionario dei film, lo definì «una straordinaria cavalcata sulle ali dell’immaginazione». Mentre, nel suo editoriale del Corriere della Sera, scrisse testualmente quanto segue: c’è ancora un pubblico disposto a dar credito a un film di questo tipo? Istintivamente direi di no: per troppo tempo l’industria cinematografica, con Hollywood in testa, ha appiattito l’immaginario giovanile dentro a schemi previsti e prevedibili, dove la fantasia era una specie di optional da dimenticare. Meglio investire in costosissimi effetti speciali o moltiplicare all’infinito la velocità del montaggio piuttosto che sforzarsi di coltivare l’immaginazione e la libertà creativa. Col risultato che oggi buona parte del pubblico è più reattiva a certi cast altisonanti e a certi effetti destabilizzanti (violenza, adrenalina e sangue su tutto) che alle sollecitazioni della creatività, come è invece la strada che cerca di percorrere Stardust. Resta solo la speranza che, tra film popcorn e fiction televisive, il «fanciullino» che ognuno si porta dentro non sia ancora del tutto anestetizzato.

Sì, parole assolutamente condivisibili poiché Stardust è un grande film. Così come, d’altronde, lo è Hugo Cabret di Scorsese. E se i cosiddetti adulti, probabilmente mal cresciuti e “disidratati” per colpa del piattume delle loro grigie vite metodicamente, quotidianamente, competitivamente ripetitive, asfissianti, morbose e noiose, non vorranno apprezzarlo, sicuramente rigetteranno, così facendo, la loro anima più gustosamente onirica e fantasiosa, avendo capziosamente abdicato a stili e dettami di di vita falsamente morigerati e dunque miserrimi, terribilmente sganciati dal purissimo, vivido, lucente sogno innervato di dolce e pugnace venustà fulgida e cristallinamente roboante.

Il Cinema, infatti, è sogno, è poesia in immagini.

Se dimentichiamo questo semplicissimo assunto, automaticamente disconosciamo noi stessi, ripudiando la nostra arcana anima ardimentosamente squillante, spegnendola nell’inaridimento e nel più bieco cinismo deprimente.

Anche se forse non siamo più né bambini né adolescenti, reconditamente dalle nostre profondità primigenie, ancora non del tutto oscuratesi nel vacuo, borghese intristimento, è necessario che disseppelliamo e innalziamo coraggiosamente gli stupendi, liberi sogni colorati, commuovendoci nuovamente dinanzi alla beltà serena di stellati firmamenti e di arcobaleni magicamente pigmentati di dolce e romantica, battesimale armonia luccicante.

Trama:

Nell’Inghilterra del 1800, cioè in piena epoca vittoriana, abita Tristan (Charlie Cox), modesto garzone figlio di un uomo, Dunstan Thorn (Ben Barnes da giovane, Nathaniel Parker da adulto), il quale fu l’unico che, impavidamente, riuscì a entrare a Stormhold, eludendo la sorveglianza di un saggio vegliardo (David Kelly) atto a presiederne il muro di cinta. Tristan, pur di conquistare la sua amata Victoria (Sienna Miller), promette a costei di regalarle una stella, forse in carne e ossa, Yvaine (Claire Danes). Yvaine, però, è già promessa sposa all’avido, azzimato signorotto belloccio e mascalzone di nome Humphrey (Henry Cavill). Malgrado ciò, Tristan s’imbarcherà, con tanto di veliero volante, lungo una landa pullulata da fattucchiere doppiogiochiste e principi malvagi, incontrando ambigui capitani di ciurme ridicolmente piratesche, sfidando perfino sé stesso pur di conquistare il cuore della sua bella.

Che dire? Stardust è magia adamantina, un film che riesuma il migliore Cinema degli anni ottanta dei fantasy avventurosi e inventivamente creativi. Fregiandosi di un cast a dir poco impressionante ove, ai già succitati Cox, Miller, Danes, Kelly, Barnes e Cavill (questi ultimi in due brevissimi cammei di lusso), svettano le prove di una Michelle Pfeiffer straordinaria in versione stregonesca (memore forse, nella sua recitativa variazione sul tema, della sua performance ne Le streghe di Eastwick), un memorabile e gigantesco Robert De Niro nelle farsesche, esilaranti ed esuberanti vesti di Captain Shakespeare, un ghignante e perfido Mark Strong as Principe Septimus, Jason Flemyng, Kate Magowan, Rupert Everett, Ricky Gervais, Peter O’Toole, la piccolissima partecipazione del regista Dexter Fletcher e la voce narrante, nell’edizione originale, di Ian McKellen.

Curiosità: Charlie Cox, come sappiamo, è diventato Daredevil nell’omonima serie tv targata Netflix.

Mentre Ben Barnes è stato il villain Billy Russo nel “gemellare” The Punisher con Jon Bernthal.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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