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Racconti di Cinema – Mad Max: Fury Road di George Miller con Tom Hardy e Charlize Theron è davvero un capolavoro?

Ebbene, a distanza da circa cinque anni esatti dalla sua uscita, avvenuta in Italia esattamente il 14 Maggio 2015, proveremo a soffermarci, con più obiettività, sull’iper-acclamato Mad Max: Fury Road di George Miller.

Regista ovviamente della saga omonima, inaugurata nel lontano 1979 col primo capitolo, da noi ribattezzato Interceptor, della trilogia interpretata da Mel Gibson. Che qui trova il suo prosieguo, dopo trent’anni dall’uscita (1985) dell’ultimo, potremmo dire, episodio, ovvero Mad Max – Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome). Il personaggio oramai leggendario e iconico di Gibson viene rimpiazzato dal più giovane, corpulento e taurino Tom Hardy.

Ecco, se i succitati, precedenti capitoli furono, così come Mad Max: Fury Road, ottimamente accolti dalla Critica (anche se, a essere sinceri, il loro pieno apprezzamento fu riconosciuto un po’ tardivamente, sì, in là con gli anni rispetto alla sua release), essi non ricevettero però nessuna candidatura agli Oscar.

Soltanto Mad Max – Oltre la sfera del tuono, peraltro, vinse il Golden Globe per la Migliore Canzone originale, We Don’t Need Another Hero, scritta da Terry Britten e Graham Lyle. Ovviamente resa celebre della performance canora della mitica Tina Turner che, inoltre, nel film interpretò la celeberrima, inquietante Aunty Entity.

Mad Max: Fury Road, invece, ricevette un’accoglienza esaltante. Tant’è che, sui famosi aggregatori di medie recensorie, metacritic.com e Rotten Tomatoes, detiene tutt’ora votazioni altissime ed altissimamente entusiastiche. In più, Mad Max: Fury Road sbancò i botteghini e fu candidato alla bellezza di dieci Academy Awards, incluse le nomination per Miglior Film dell’anno e per la Miglior Regia. Incassando ben sei statuette dorate.

Anche se, va detto, le vinse quasi esclusivamente per le categorie tecniche.

Ora, dopo questo lungo preambolo, diciamo anche che Mad Max: Fury Road viene indiscutibilmente considerato quasi unanimemente un capolavoro. Non solo dai cultori di tale franchise storico.

Ecco, pur riconoscendone molti pregi, che vi citerò nelle righe seguenti, sono parimenti cosciente che m’attirerò molte antipatie e, probabilmente, se prestissimo leggerete la mia apodittica affermazione a riguardo del valore di questa pellicola, erroneamente considerata epocale ed opera capitale, unitamente agguerriti, accerchierete la mia casa, alla mia incolumità attenterete al fine di bruciarmi o linciarmi vivo nella maniera più disumana e bestiale. Provando in tutti i modi a decapitarmi.

Poiché, senz’alcuna vergogna e senza nessuno sprezzo del pericolo, impavidamente e con maggiore temerarietà di Tom Hardy stesso, il quale si esibisce in una prova recitativa che trasuda forza grintosa assai belluina, asserisco che Mad Max: Fury Road sia uno dei film più sopravvalutati del mondo. E a conti fatti, come si suol dire, decisamente non sia un granché. Anzi, non per fare programmaticamente il bastian contrario o per assumere un’iconoclastica posa snobistica, aggiungo perfino che Mad Max: Fury Road sia veramente brutto. A tratti inguardabile, soporifero, insomma di una noia mortale. Un film puerile, un pedestre spettacolone senza capo né coda terribilmente pasticciato, grossolano, in una parola una vaccata.

Prendendo in prestito l’arcinota iperbole di Paolo Villaggio ne Il secondo tragico Fantozzi, riguardante La corazzata Potemkin, sì, Mad Max: Fury Road è una cagata pazzesca!

Ora, forse sto esagerando e, con tutta probabilità, anche Paolo Mereghetti fu clamorosamente eccessivo nell’affibbiargli una sola, misera stelletta e mezzo nel suo famigerato Dizionario dei film, elevandolo solo leggermente nell’ultima edizione della sua stessa “Bibbia” cinefila, del suo mastodontico, prosopopeico vademecum da “critico dei critici”, portando le stellette a due.

A mo’ di contentino per non inimicarsi nessuno, cioè alzando impercettibilmente il suo voto da pagella scolastica per simpatia verso chi lo reputa oramai, per l’appunto, un caposaldo intoccabile del genere catastrofico-distopico e post-atomico.

Mereghetti, da sue lapidarie, mai smentite, testuali parole del suo editoriale del Corriere della Sera, lo definì soltanto… un eterno divertimento per bambini… ma divertimento non ce n’è neanche un po’. Il film continua imperterrito a vedere macchinette che saltano in aria, persone che si fracassano, gente che digrigna i denti e che respira, facendo strani rumori. No, non è questo il Mad Max che mi piaceva e sicuramente non è questo il Cinema che mi piace e mi diverte.

Può dispiacervi parecchio e Mereghetti non è di sicuro un personaggio simpaticissimo.

In tal caso, però, non ha tutti i torti. Anzi…

Mad Max: Fury Road non è certamente un videogame della Playstation in celluloide ma non è neppure questo meraviglioso filmone per cui tutti i cosiddetti avanguardistici cinefili delle filosofie postmoderniste più fintamente trasgressive, eh già, difendono a spada tratta, magnificandolo oltre ogni buon senso. Forse sono persone affette da sovreccitate smanie nei riguardi dei nuovi, facinorosi culti tribali di natura borderline più millenaristica.

Suvvia, plachiamo subito i facili entusiasmi, conteniamo immediatamente quest’esaltazione malata e distorta.  Mad Max: Fury Road è sostanzialmente un filmetto. Né più né meno. Sì, ben poca cosa, soprattutto se paragonato ai più raffinati e, questi sì, innovativi e fantastici suoi eccezionali antesignani squisitamente deliranti e ipnoticamente mirabolanti.

Trama, ridotta all’osso, scarna e piena di personaggi mangiati vivi nel deserto del proprio miserabile destino da derelitti spellati da un clima più arido d’una sceneggiatura asciuttissima:

In una remota wasteland, cioè una terra desolata e al contempo, di traduzione italiana sui generis, una terra più desertica della Monument Valley dei western di John Ford, Max Rockatansky (Hardy) vaga infelicemente animalesco da una parte all’altra, gironzolando follemente senza meta, infilandosi fra una spelonca e l’altra, furtivamente insinuandosi e addentrandosi tra grotte rupestri assai tenebrose, fuggendo alla cattura di temibili mostri umanoidi, ridotti loro stessi, per l’appunto, pelle e ossa. Alla fine della sua disperata fuga, rimane penzolante sull’orlo di un sabbioso, sdrucciolevole dirupo.

Al che, dopo questo frenetico incipit vorticoso, partono i titoli di testa su musica rocciosa, granitica come Tom Hardy e veniamo, subito dopo, immersi nuovamente nell’azione colma di scemenze vigorose.

Il perfido e tirannico Immortan Joe (interpretato, sotto un trucco spaventoso ed orripilante da Hugh Keays-Byrne, nientepopodimeno che Toecutter d’Interceptor) controlla sadicamente la Cittadella. Fa sì che la povera gente, denutrita, quasi integralmente denudata e deperita, lo veneri come un dio e ossequi ogni sua malvagia, criminosa direttiva imperiosa, idolatrando anche la sua prediletta pupilla, l’Imperatrice Furiosa (Charlize Theron).

Metaforicamente, la gente si abbevera alla fonte della sua pazza, ingannevole saggezza poiché Immortan Joe ha il controllo degli acquedotti e senza il suo permesso, dunque, la gente non può rinfrescarsi le labbra. Di conseguenza, morendo dissetata.

In questo scenario da clima torridamente equatoriale ove il sole incalzante divampa scottante a ogni ora del giorno, provocando sulle epidermidi umane delle bruciature sempre più devastanti, procede la vicenda di questo film così tanto visivamente scoppiettante quanto, onestamente, poco appassionante.

Cosicché Max, continua per 2h abbondanti a scappare dai Signori della Guerra, vale a dire i servi quasi zombi dall’aspetto putrescente al servizio del malefico Immortan Joe, alleandosi con Furiosa per fare piazza pulita di tutti i cattivoni odiosi.

Sì, la trama è solamente questa ed è davvero un’inezia portentosa.

Un impari sciocchezza grottesca ove George Miller, un tempo director impareggiabile, per distrarci dal suo stile e dalla sua poetica, qui, inconcludenti, si avvale di una satura fotografia eccessivamente policromatica di John Seale, essiccando ogni buon proposito contenutistico a favore invece di una spasmodica azione interminabile che, come detto, incendia e quindi velocissimamente spegne ogni pazienza dello spettatore più intelligente e smaliziato dopo solo mezz’ora di un film, ripeto, sovrastimato oltre ogni decoro possibile e immaginabile.

Appiattendo l’enorme, suggestivo suo immaginario visionario in un guazzabuglio tanto esteticamente affascinante quanto, alla fine dei conti, del tutto vuoto e inconsistente.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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