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The Irishman – La recensione del nuovo, suadente capolavoro di Martin Scorsese

Lunedì 21 Ottobre 2019, il sottoscritto finalmente visionò il nostro tanto sospirato The Irishman di Martin Scorsese. Presentato alla Festa del cinema di Roma dopo l’anteprima mondiale tenutasi a New York lo scorso mese e dopo la sfavillante première della scorsa settimana avutasi in quel di Londra.

Pellicola già istantaneamente ascrivibile alla storia del Cinema, da me vista entusiasticamente in Sala Petrassi alle ore nove antimeridiane d’una giornata già poeticamente ammantata d’incantata e incantevole leggendarietà ed epicità memorabile.

Sebbene, a essere sinceri, dopo le impagabili, vertiginose, ipnotiche tre ore e ventinove minuti (tale infatti è il minutaggio lunghissimo di The Irishman), alla fine della proiezione mi sarei aspettato un tonitruante applauso iper-scrosciante. Invece, restai invero allibito e piuttosto incredulo dinanzi ai freddi e scarsi applausi d’una platea d’accreditati stampa che, di fatto, rimasero abbastanza sconcertati e indubbiamente spiazzati dinanzi a quest’opera, sì, monumentale, baroccamente ricchissima e visivamente sensazionale, ma che deve averli di primo acchito, per l’appunto, fortemente storditi. Cogliendoli negativamente di sorpresa e del tutto, quindi, impreparati dinanzi alla sua delicatissima, furente vastità lucidissima.

Non poche, difatti, furono le recensioni nient’affatto entusiastiche della stampa italiana, avvenute nel tardo pomeriggio di lunedì scorso, quando i primi critici si lanciarono, senza risparmiarsi in frettolose, maligne banalità, a invadere il web con le loro più disparate, lapidarie disamine. Molte delle quali assurdamente assai più moderate rispetto, potremmo dire, all’universal acclaim e alle uniformemente, compattissime opinioni straordinariamente elogiative della stampa estera, in particolar modo di quella nordamericana.

Tant’è vero che sul celeberrimo aggregatore di medie recensorie Rotten Tomatoes, The Irishman ha ottenuto un fenomenale 100% di critiche assolutamente concordi, in maniera nettissima, nel definire quest’opus di Martin Scorsese come un magnifico capolavoro indiscutibile e un’insuperabile vetta incontrovertibile della Settima Arte più alta e pregiata.

Chi scrive questo pezzo asserisce, senz’ombra alcuna di dubbio, d’essere totalmente d’accordo ovviamente con la Critica statunitense. Come potrebbe essere d’altronde e altrimenti?

Anzi rimarca ed evidenzia a chiare lettere, disorientato dall’inaspettata reazione fin troppo temperata dei tantissimi nostrani, sbrigativi recensori molto superficiali, di essere rimasto abbastanza rammaricato, scioccato e robustamente contrariato nell’aver letto tanti pareri così poco accalorati.

The Irishman, a mio avviso, non solo è un capolavoro ma, con estrema probabilità, è veramente la pellicola più bella e commovente di Scorsese delle ultime tre decadi.

Canto del cigno elegiaco allestito, intarsiato e distillato con superba raffinatezza magistrale, una lancinante, tetrissima ode funerea al definitivo tramonto di un’epoca tanto violenta quanto liricamente romantica nella rutilante, grottesca follia criminosa di cui tristemente si fregiò.

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Sì, perché chissà come mai le epopee gangsteristiche sono state quasi tutte agiografiche, tese a mitizzare ciò che, a dire la verità, di celebrativo ha ben poco.

Basti pensare a una delle miliari pietre antesignane di questo Cinema esaltante tale bugiardissima, mitizzata iconografia falsamente romanzata a fini poco puristici e puramente, perlopiù spettacolari, ovvero Gangster Story (Bonnie and Clyde) del ‘67 di Arthur Penn con Warren Beatty e Faye Dunaway.

Oppure, basti ricordare la saga del Padrino di Francis Ford Coppola, magnificazione del tutto distorta della mafiosa famiglia italoamericana per eccellenza, i Corleone.

O lo stesso Quei bravi ragazzi di Scorsese, strepitosa pellicola in realtà anti-retorica e molto cinica però permeata da un caustico e abrasivo, scatenato e sanguigno umorismo nero tanto dissacrante la piccola, anzi minuscola, disgraziata manovalanza del crimine quanto al contempo comunque vivamente antropologico ma soprattutto apologetico nel simpatizzare, in fondo in fondo, per i suoi irredimibili antieroi tragicamente buffi e spassosamente irresistibili.

Tornando proprio al compianto Arthur Penn, imbattibile maestro, ahinoi, dimenticato dell’epicità tanto maestosa quanto, talvolta, assai antiretorica e poco glorificante le gesta dei suoi intrepidi, tremendi battaglieri malavitosi, The Irishman inizia proprio come Il piccolo grande uomo.

Lì avemmo l’ultracentenario Dustin Hoffman in punto di morte che ci narrò in analessi le sue temerarie gesta pittoresche, qui invece, dopo un incalzante piano sequenza maestoso, veniamo immersi all’interno d’un cimiteriale ospizio.

Ove l’incanutito e molto affaticato Frank Sheeran (un grandioso Robert De Niro), fissa amareggiato e disilluso la cinepresa, lugubremente raccontando a noi spettatori o forse a un immaginario interlocutore, di cui però non ci viene svelata l’identità, tutte le rocambolesche, incredibili peripezie delle quali fu, persino involontariamente, orrido protagonista.

Un uomo distrutto da inesorabili, marmorei rimpianti, incenerito nell’animo suo, peraltro innatamente nero e dissoluto, da un inestirpabile senso di colpa inaudito. Ottenebrato, ancora prima d’eclissarsi e giacere nell’oscurità insalvabile della sua mortuaria catacomba perpetua, dall’agghiacciante presa di coscienza d’aver vissuto un’esistenza terrificante e dall’essere dunque irreversibilmente imputridito nella sua immonda, atavica caducità. Incombente e impietosa.

Sì, Frank Sheeran, veterano e cecchino infallibile della Seconda Guerra Mondiale che, a causa d’un fatale incontro col boss Russell Bufalino (Joe Pesci), accaduto all’interno d’una stazione della Texaco, divenne amico intimo e segretissimo consigliere del corrotto capo del sindacato dei camionisti, il mitico Jimmy Hoffa (Al Pacino). Per l’appunto, già connaturatamente morto dentro eppur, malgrado tutto, vivente mezza storia statunitense. Passando da Kennedy al Watergate, dalla baia dei porci al Vietnam.

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Questo è The Irishman. Più che un film, una stupenda pietra sepolcrale di un genere.

Ed è perciò che molti rimasero stupefatti.

Chi infatti s’aspettò e s’aspetta, ribadisco, la stessa viscerale, furibonda propulsiva diegetica à la Goodfellas, resterà profondamente deluso.

Poiché, se The Irishman ci offre immediatamente, in effetti esattamente un incipit come il vorticoso Copacacana steadicam shot di Quei bravi ragazzi, stilisticamente se ne differenzia poi totalmente.

Scordatevi dei virtuosismi estetizzanti, dei turbinosi dolly, degli zoom, dei ralenti ammalianti, a parte qualcheduno rarissimo, e delle interminabili riprese con camera a mano per cui Scorsese è celebre.

The Irishman è un’opera dall’andatura quasi volutamente soporifera. Tant’è che nella prima ora e mezza potrebbe somigliare persino a una fiction. Poi, fiammeggiante eppur compassatamente algido, divampa a combustione lentissima nella plumbea sublimità di un film imponentemente indimenticabile.

Ove De Niro recita, a parte gli ultimi venti minuti, con una sordina talmente invisibile ma magnetica da sembrarci quasi affetto da paresi facciale, ove un immenso Al Pacino rifà con classe il suo Big Boy Caprice del Dick Tracy, neanche a farlo apposta, di Warren Beatty (vedete che i conti tornano?).

Nel quale però, forse a vincere la partita fra mostri sacri è un luciferino e serpentesco, mirabile e meraviglioso Joe Pesci.

The Irishman, possiamo dire, è la magica incarnazione in formato celluloide dell’espressione cupio dissolvi.

Per cui v’ho visto moltissime specularità col liturgico e apparentemente antitetico Silence.

In cui la crepuscolare, sbiadita fotografia di Rodrigo Prieto, l’impeccabile sceneggiatura di Steven Zaillian, tratta dal libro di Charles Brandt, il montaggio di Thelma Schoonmaker, la calma, meticolosa e ben calibrata, equilibratissima colonna sonora di Robbie Robertson hanno fatto prodigiosamente il resto.

Cosa Funziona in The Irishman

Essendo di fronte a un’opera colossale di questa portata, ogni elemento del film concorre a determinare una pellicola superba. Dalla studiatissima messa in scena della regia inappuntabile di Scorsese alla recitazione mostruosa dei protagonisti e dei suoi infallibili comprimari, l’amalgama risulta coesa e senza sbavature.

Perché non guardare The Irishman

Come sopra esplicato, v’è solo una ragione che potrebbe indurvi a non vedere The Irishman.

È la storia di uomini arcigni ed efferati verso i quali non si può provare compassionevole empatia ed emotivamente riuscire ad esserne coinvolti. Perciò, se invece adorate i gangster alla Michael Corleone o alla Tony Montana di Scarface, vale a dire personaggi moralmente spregevoli ma romanticamente addirittura elevati a santi, The Irishman non fa per voi.

The Irishman sarà al cinema solamente per tre giorni dal 4 al 6 novembre per la distribuzione di Cineteca di Bologna e successivamente sarà visibile in esclusiva su Netflix dal 27 novembre 2019.

Regia: Martin Scorsese Con: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano. «continua Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston, Jesse Plemons, Marin Ireland, Domenick Lombardozzi, Larry Romano, Dominick LaRuffa Jr., Jeremy Luke, Joseph Russo, Kathrine Narducci Anno: 2019 Durata: 209 min. Paese: USA Distribuzione: Cineteca di Bologna/Netflix

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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