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Stranger Things 3, recensione della nuova stagione della serie Netflix

Ebbene, come saprete, dal 4 Luglio, giorno della festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, in concomitanza con gli States, a livello mondiale su Netflix sono stati rilasciati i nuovi episodi dell’attesissima stagione di Stranger Things 3. Serie che a sorpresa spopolò nell’estate del 2016, assurgendo istantaneamente a planetario fenomeno di culto, perfino quasi di costume. Divenendo irrinunciabile per quegl’irrimediabili nostalgici del sincretismo culturale, soprattutto statunitense, che va dai primi film di Steven Spielberg a Joe Dante, dalle nostalgie infantilistiche à la Stephen King del capolavoro di Rob Reiner, Stand by Me – Ricordo di un’estate, ai dolci, romantici passatismi di una generazione cresciuta a pane e televisione, passando poi anche attraverso una coagulazione e shakeraggio dei migliori horror degli anni ottanta. Come direbbero, appunto gli americani, dei mitici eighties.

Stranger Things è una serie ove gli omaggi e le dichiarate citazioni a tutto il fantasmagorico immaginario cinefilo-fumettistico e pop volontariamente sovrabbondarono, sfavillandoci come una multicolore giostra da luna park delle meraviglie, estasiando i cultori delle proprie innocenze perdute.

Tanto da indurre subito i suoi creatori e registi, i fratelli Duffer, a girare di lì a poco la seconda tranche, anch’essa di altrettanto successo, invogliandoli dunque a proseguire nella loro spericolata, emozionante avventura.

Partiamo, in questa nostra disamina, da un assaggio recensorio del primo episodio della Season 3. Intitolato Chapter One: Suzie, Do You Copy? 

Episodio della durata di 51 min, annessi i lunghi titoli di coda, ideato e sceneggiato dagli stessi Matt e Ross Duffer.

Veniamo immediatamente immersi all’interno di uno strano, avveniristico laboratorio biochimico ove dei gerarchi russi stanno ordinando a degli scienziati, asserviti alle loro dittatoriali direttive, di procedere intrepidamente a un misterioso esperimento fantascientifico. Probabilmente, intendono aprire un portale per esplorare il Sottosopra.

Qualcosa non va per il verso giusto…

Dunque, ecco che siamo catapultati nuovamente ad Hawkins ove ricominciamo a prendere confidenza con l’allegra compagnia di nerd a noi tanto cari. I ragazzi sono cresciuti, hanno oramai superato l’infanzia e stanno muovendo i primi loro coraggiosi passi nell’adolescenza abbastanza inoltrata.

Undici (Millie Bobby Brown) non è più una bambina ma una vera e propria signorinella.

Alloggia, così come l’avevamo lasciata nella stagione due, nella casetta del suo padre adottivo, lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), ed è fidanzata con Mike (Finn Wolfhard).

Joyce Byers (Winona Ryder) vive ancora assieme ai suoi figli Jonathan (Charlie Heaton) e Will (Noah Schnapp).

Jonathan amoreggia con Nancy Wheeler (Natalia Dyer).

Mentre il bagnino Billy Hargrove (Dacre Montgomery) è puntualmente l’oggetto delle scabrose, sessuali fantasie proibite della sexy milf frustrata Karen (Cara Buono), la madre di Nancy e Mike.

Dustin Henderson (il solito impagabile Gaten Matarazzo) però sente provenire dalla sua radiolina una sospetta interferenza.

Ci fermiamo qui per non rivelarvi altro. Anche perché, onestamente, al di là forse dei goliardici sketch dell’imbranato Steve Harrington (Joe Keery), alle prese con la sua prima, maldestra esperienza lavorativa dietro il banco dei gelati di un supermercato, non è che accada poi altro.

Invero, questo primo episodio, diciamolo subito, ci aveva fortemente deluso e lasciato inappagati.

Leggi la Recensione della seconda stagione

I profumi sinceri e fragranti di quell’atmosfera soavemente ludica, quella commovente, incantevole magia, quel sensazionale incantesimo suscitatoci dalla prima stagione ed efficacemente riverberatosi nella seconda, a giudicare almeno da questo episode 1, non li avevamo ancora respirati.

Si è tratto semplicemente di un episodio, diciamo, di transizione? Tale è stata la domanda che ci siamo posti a visione ultimata del primo episodio. Di conseguenza, siamo stati indotti a pensare questo: verremo gioiosamente smentiti e saremo nuovamente immersi in una storia soddisfacente e adrenalinica, ad alto tasso emozionale, che non ci faccia rimpiangere le prime due superbe stagioni?

Ecco, dopo aver visto i rimanenti sette episodi, questa nostra forte perplessità in merito a Stranger Things 3 si è fortunatamente dissolta. Ed è evaporata come neve al sole.
Sì, perché Stranger Things 3 non è certamente la stagione migliore, dunque discordiamo pienamente con chi invece, a differenza nostra, ha sentenziato fermamente che sia al momento il segmento meglio realizzato e più compiuto della creatura generata dalla fervida fantasia dei fratelli Duffer, ma è indubbiamente, potentemente fascinosa.

Diciamo, anzi, sottolineiamo a lettere cubitali che i primi episodi di Stranger Things 3, almeno fino all’ep. 5, potevano lasciare sicuramente interdetti i fan delle prime due stagioni. I quali forse speravano che i fratelli Duffer avessero continuato a battere la strada delle nostalgie nostre infantili.

Com’era invece facilmente prevedibile, l’operazione Stranger Things si sta trasformando sempre più in una dilatata pellicola televisiva, scomposta in più frammenti, in stile quasi da Boyhood di Richard Linklater.

Cosicché, prima abbiamo assistito alle dolci infanzie dei suoi protagonisti e ora, con questa stagione, siamo stati emotivamente coinvolti nel loro percorso di difficile, tormentata crescita adolescenziale in preparazione della vita adulta con le sue inderogabili, tristi ma comunque inevitabili responsabilità.

Di conseguenza, i fratelli Duffer, dalle reminiscenze malinconicamente agganciate, come detto, al ripescaggio di tutto uno strabiliante, osiamo dire, loro e nostro immaginario cinematografico, letterario-fumettistico, legato indissolubilmente a quel senso del fantastico e del sognante meraviglioso, inseparabilmente collegato a tutto uno stratificato, multiforme, citazionistico background paranormale-fantasy col quale ci siamo formati noi tutti, figli della generazione x, hanno con questa terza stagione virato decisamente alle atmosfere tenebrose degli horror teen e alle suggestioni figlie delle creature notturne di Wes Craven.

Stranger Things 3 è una serie infatti ove a prevalere sono le scene ambientate di notte, al plenilunio, in cui pare che da un momento all’altro, fra i tanti scantinati sotterranei delle case abbandonate e forse maledette che popolano fantasmaticamente Hawkins, possa spuntare da dietro un angolo l’ombra minacciosa del leggendario babau Freddy Kruege di Nightmare. Coi suoi artigli ad afferrare le innocenze di giovani tanto spaventati del loro futuro quanto trepidamente speranzosi, fiduciosi delle loro giuste, energiche, gagliarde chimere.

Nel cast anche la giovanissima Maya Hawke, classe ‘98, figlia di Uma Thurman ed Ethan Hawke nella parte di Robin.

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È lei infatti la protagonista di quella che, sicuramente, possiamo considerare una delle migliori scene dell’intera serie. Quando, durante l’ep. 7, nel bagno di una multisala cinematografica ove stanno proiettando Ritorno al futuro, ci regala un romantico duetto da brividi con Steve/Joe Keery.

 

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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