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Racconti di Cinema – Nemico pubblico di Michael Mann con Johnny Depp e Christian Bale

Oggi recensiamo il magnifico Nemico pubblico di Michael Mann, traduzione “(al) singolare” del titolo originale al plurale, Public Enemies. Da non confondere, per nessuna ragione al mondo, con l’omonimo film del ’31 (The Public Enemy) di William A. Wellman, con uno strepitoso James Cagney, e neppure con la pellicola in due parti di Jean-François Richet con Vincent Cassel.

Nemico pubblico di Michael Mann è un film della durata di due ore e venti minuti esatti, uscito in Italia il 6 Novembre del 2009. Totalmente ignorato, al solito ingiustamente, come spesso accade con Mann, dagli Academy Award, che però al botteghino è andato assai bene. Sceneggiato dallo stesso Mann assieme a Ronan Bennett e Ann Biderman che hanno, pur con molte libertà, adattato il libro-saggio inchiesta di Bryan Burrough, Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-43, edito da noi per la Sperling & Kupfer.

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Questa la sinossi ufficiale del libro:

In un Paese prostrato dalla crisi del ’29, i fuorilegge spadroneggiano per le strade delle città. Hanno macchine veloci e armi automatiche, coraggio e sangue freddo da vendere. Rapinano banche, sequestrano persone, uccidono senza pietà. Sono criminali efferati, eppure anche ladri gentiluomini, acclamati dalla gente comune come novelli Robin Hood. Ma la reazione di Washington a questa ondata di violenza senza precedenti non si fa attendere, ed è racchiusa in una sigla: FBI. Guidata dal giovane e spregiudicato direttore Edgar Hoover, la neonata agenzia federale condurrà una battaglia epica contro il mucchio selvaggio dei geni criminali, destinati a diventare icone dell’immaginario collettivo a stelle e strisce: John Dillinger, Machine Gun Kelly, Baby Face Nelson, Bonnie & Clyde… Due anni di guerra fra “buoni” e “cattivi”, nella giungla d’asfalto americana, che porteranno i nemici pubblici dietro le sbarre o, più spesso, all’obitorio.

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Nemico pubblico di Mann, invero, dà poco spazio alle altre figure criminali, elidendo ad esempio Bonnie e Clyde, concentrandosi quasi esclusivamente sul duello fra il bandito John Dillinger (un Johnny Depp al top, in una delle sue ultime performance davvero considerevoli) e l’agente Melvin Purvis, interpretato con sottile, nervosa finezza da un ottimo Christian Bale. E tralascia tutte le figure di contorno per focalizzarsi in maniera pressoché totale su Dillinger e Purvis, sulle loro antitetiche personalità, sulla caccia spietata di Purvis per catturare Dillinger e sulla relazione, molto romantica ma al contempo fuggevole e illusoria d’amour fou, tra Dillinger e la guardarobiera Billie Frechette (Marion Cotillard). Relegando J. Edgar Hoover (Billy Crudup) a comprimario abbastanza superfluo.

Questa essenzialmente la trama, molto classica e lineare, apparentemente semplicistica ma che, come sempre succede con Mann, è invece elaboratissima nella definizione psicologica, sfumata e introspettiva, dei due acerrimi antagonisti. E puntualmente, sfrenatamente romantica, epicamente antologica. Potremmo dire, una rivisitazione di Heat, maggiormente stilizzata, da film d’epoca per una più secca, fredda lotta dicotomica fra due nemesi, tra due uomini schierati su fronti opposti che si affrontano a viso aperto. Ove Melvin, parimenti a Vincent Hanna/Pacino, suggella la sua vittoria finale dopo un’interminabile sfida, anche psicologica, acchiappando Dillinger ma, a differenza di Heat, non potendosi fregiare di essere stato il suo vero uccisore. Perché la morte di Dillinger invece avviene per mano del suo braccio destro Charles Winstead (Stephen Lang). Che vilmente spara a bruciapelo a Dillinger dopo che quest’ultimo, ricercato e oramai alle strette, malinconicamente esce da una sala cinematografica, già consapevole di essere finito e fottuto. Avendo assistito commosso a Le due strade (Manhattan Melodrama) con protagonista il suo alter ego immaginario, Clark Gable, proiezione a sua volta dei propri sogni di gloria infranti. Con tanto di storico, iconico baffetto specularmente analogo al suo look da fuorilegge spavaldo e gaglioffo. E con Gable, radioso, a salutare i suoi compagni prigionieri ché, non più attanagliato dal giogo carcerario, si avvia speranzoso e, nonostante tutto, irrimediabilmente, irrinunciabilmente sognatore verso una più radiosa vita nuova e luccicante. Una scena stupenda, di meta-cinema assoluto, trasfigurazione, quasi allucinatoria e onirica, di ogni chimerica, effimera, utopistica voglia impossibile di libertà da parte di un dead man walking che sta, invero, soltanto aspettando il colpo di grazia inevitabile. Un uomo braccato e già bruciato che però s’illude di farcela per un infinitesimo istante di trasognata estasi emozionale, a elevazione titanica, tristemente leggendaria del proprio orgoglio auto-elegiaco, a sublimazione nostalgica e magica del suo viale del tramonto fatidico.

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Basterebbe questa scena per definire Nemico pubblico un grandissimo film.

Un film del quale, adesso, esploriamo brevemente la genesi.

Nemico pubblico doveva essere una miniserie della HBO con Robert De Niro come executive producer. E a quei tempi la produzione chiese espressamente a Burrough di adattare il suo libro e redigere dunque la sceneggiatura.

Il protagonista designato era DiCaprio. Ma poi il progetto cadde nel dimenticatoio.

Mann, nell’Ottobre del 2007, firmò con la Paramount e la Tribeca di De Niro e Jane Rosenthal per dirigere proprio lo stesso De Niro nell’adattamento de L’inverno di Frankie Machine di Don Winslow. Su script di Alex Tse (Watchmen). Ma, anche in questo caso, per motivi tutt’ora inspiegabilmente ignoti, il film saltò.

Al che De Niro, forse per scusarsi dell’improvviso forfait, sempre attraverso la sua TriBeCa Productions, in concomitanza con la Universal Pictures e la Forward Pass di Mann, fu uno dei principali artefici e finanziari creatori di Nemico pubblico. Sebbene, chissà perché, sia lui che Jane Rosenthal non vollero che comparissero i loro rispettivi credits come produttori esecutivi.

 

Fatto sta che Nemico pubblico, nella sua trama stringata e apparentemente manichea, è straordinario, con una meravigliosa fotografia in digitale di Dante Spinotti, habitué di Mann, si avvale di un ritmo incessante, adrenalinico e sfoggia, senza vergogna, in puro stile Mann, una storia d’amore tanto sentimentalmente gigantesca, quasi parossisticamente finta, e perciò clamorosamente, ingenuamente incantevole, da romanzetto Harmony nella sua forma più cristallinamente ingenua e contagiosamente strappalacrime, da lasciarci tramortiti, a bocca aperta, meravigliosamente incantati.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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