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Racconti di Cinema – Léon di Luc Besson con Jean Reno, Natalie Portman e Gary Oldman

Oggi, per la nostra rubrica Racconti di Cinema, vi parleremo del cult Léon.

Film della compatta durata di un’ora e cinquanta minuti, scritto e diretto da Luc Besson. Director d’alterne e altalenanti fortune, un regista importante ma soprattutto un incontrovertibile autore.

Non tutti credo che saranno d’accordo con questa mia lapidaria e apodittica affermazione ma Luc Besson, indiscutibilmente, è un regista e factotum comunque dotato d’una poetica assolutamente personale. Il suo excursus filmografico, infatti, lo dimostra ampiamente. Sebbene, ripetiamolo, nel suo sterminato e impressionante carnet, non solo cineastico, poiché Besson è altresì celebre e ipertrofico anche come sceneggiatore di pellicole altrui ma è soprattutto un imprevedibile e poliedrico produttore dei film più disparati, da parecchi anni a questa parte, ahinoi, non s’è mai ripetuto ai livelli altamente stimolanti ed eccentricamente geniali dei suoi esordi.

A metà anni ottanta, stupì le platee mondiali, in particolar modo stupefò la Francia con due opere forse non eccelse ma d’estrema rinomanza e indubitabile rilevanza sofisticata. Ovvero Subway e Le grand bleu, conquistando immediatamente la nomea di regista brillantemente talentuoso e fascinosamente avanguardistico. Decretando poi la sua già crescente fama con Nikita.

Quindi, assurgendo a paladino imbattibile dell’autorialità più seduttivamente, romanticamente noir con quest’epocale, imprescindibile, crepuscolare e poi esplosivamente violento Léon del 1994.

Sorretto dall’interpretazione carismaticamente granitica d’un Jean Reno (uno dei suoi attori feticcio) che, pur conservando immobilmente un’espressione cautamente stolida e apparentemente apatica per quasi tutto il film, riuscì a sbalordire e fare breccia nel cuore delle platee internazionali.

Trama:

Léon (Reno) è un hitman italoamericano che vive, praticamente da asceta zen, in un fatiscente, lugubre, sgarrupato appartamentino di New York, precisamente ubicato a Little Italy.

Le sue giornate vengono scandite dalla grigia, maniacale regolarità della sua invincibile monotonia quasi ipocondriaca. Sono interrotte solamente dai feroci omicidi che commette.

Sì, perché Léon è un mercenario senza padrone, una sorta di solitario, disciplinato guerriero ante litteram che segue una sua particolare etica professionale (non è un caso che John Frankenheimer l’abbia voluto affiancare a Bob De Niro, qualche anno dopo, nel magnifico Ronin), assoldandosi al miglior offerente che gli commissiona i brutali, glaciali assassinii.

Per tutta una serie di rocambolesche, fatali circostanze, Léon s’affeziona a una ragazzina di nome Mathilda (Natalie Portman), scampata per miracolo alla strage inflitta ai suoi genitori da Norman Stansfield (Gary Oldman), squilibrato capo corrotto della DEA.

Léon, malgrado le prime titubanze e il difficoltoso, brusco e acido rapporto iniziale con la ragazza, diviene per Mathilda una specie di padre putativo, proteggendola dalle grinfie dei cattivi.

Ebbene, come detto, Léon dura 110 min. ma ne circolano due versione più lunghe, rispettivamente di 127 e 136 minuti.

Altrettanto godibili ed entusiasmanti.

Chiariamoci, Léon non è un capolavoro e Luc Besson, a conti fatti, malgrado i suoi notevoli successi commerciali (vedi Il quinto elemento), non hai mai invero realizzato un film degno di potersi oggettivamente fregiare del titolo, per l’appunto, di capolavoro. Al contrario di ciò che invece, orgogliosamente, affermano i suoi più incalliti aficionado. Difatti convinti che ogni film di Besson, adorandolo essi smisuratamente e ciecamente alla follia, sia un film irrinunciabilmente straordinario.

Léon parte come un anomalo, misterioso film perfino intimista, addirittura cinicamente graffiante, immerso in atmosfere lividamente plumbee, al che furibondamente divampa, intelaiato negli stilemi, leggermente stereotipati e graficamente stilizzati, d’un puro, dinamitardo action hollywoodiano. Perciò, impregnandosi difettosamente delle conseguenti, inevitabili banalità cinematograficamente mercantilistiche.

Però, a dispetto della caratterizzazione tagliata con l’accetta dei personaggi, specie di quelli secondari e del grottesco Tony (Danny Aiello), a distanza oramai di venticinque anni dalla sua uscita nelle sale, Léon conserva una malia tutta sua.

E ancora oggi non c’appare più di tanto datato o poco riuscito.

Forse, al massimo, può sembrarci un po’ sopravvalutato e dunque la sua aura d’inattaccabile pellicola insuperabilmente di culto andrebbe probabilmente ridimensionata.

Ma avercene di Léon ai giorni nostri.

E d’un Luc Besson così lucidamente ispirato e, sebbene stilisticamente manieristico, fortemente originale e strepitosamente efficace.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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