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Racconti di Cinema – Drive di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling

Ebbene, Drive di Nicolas Winding Refn. A distanza di quasi oramai un decennio dalla sua presentazione al Festival di Cannes ove vinse il premio per la miglior regia, eh sì, mi par doveroso parlarvi di questo film.

Distribuito nelle sale da noi il 30 Settembre del 2011, Drive ai tempi della sua uscita fu osannato oltre ogni dire, probabilmente molto al di là dei suoi reali pregi, e quasi tutti i critici, a eccezione forse soltanto del nostro Paolo Mereghetti che lo ridimensionò fin dapprincipio, si sperticarono di lodi entusiastiche.

Arrivando frettolosamente ad affermare che eravamo dinanzi a un’opera assolutamente pregevolissima dalle molte qualità indubbiamente superiori, consacrando ed elevando Refn, fino a quel momento giudicato solamente un regista dall’enorme potenziale mai davvero espressosi compiutamente al massimo, ad autore pressoché imprescindibile del nuovo Cinema contemporaneo.

Drive, un film ammantatosi fin da subito della nomea di cult soprattutto presso le nuovissime generazioni che andarono in brodo di giuggiole per l’estetica stilizzata messa in scena da Refn, invero, eseguita con impersonale, scaltra furbizia ruffiana.

Cosa voglio dire con questa mia ultima frase? Asserisco che Drive è una pellicola altamente sopravvaluta? Sì, lo è.

Non ci troviamo, certamente, dinanzi a un film disdicevole o semplicemente brutto ma nemmeno dirimpetto a quel filmone capitale ed epocale del quale, in termini fuorvianti ed eccessivamente magnificanti, lo si è elevato in gloria con tanta plateale unanimità indiscutibile.

Drive è tratto dal libro omonimo di James Sallis e sceneggiato da Hossein Amini (L’uomo di neve).

Trama…

Un uomo senza nome (Ryan Gosling), taciturno e ombroso, svolge il pericoloso ma ben pagato lavoro di stuntman durante il giorno. Di notte invece si presta come imperturbabile autista per i più svariati rapinatori. La regola ferrea, intransigente che concede ai malviventi è una sola: lui dà loro cinque minuti netti, lasso brevissimo di tempo in cui devono esser svelti a commettere il crimine, a fuggire col malloppo e a rientrare in macchina. Se sgarrano di un solo secondo, lui li abbandona al loro magro destino. Se invece rispettano i piani, lui è poi disposto anche a sfrecciare per le strade losangeline, rischiando la pelle per sfuggire alla polizia che, quasi sempre come avviene in questi casi, allertata della rapina, accorre precipitosamente sul luogo nel quale è avvenuta e insegue spericolatamente i ladri a sirene spiegate.

E qui ovviamente vi è il richiamo palese e la strizzatina d’occhio cinefila a Driver l’imprendibile di Walter Hill.

Il film, va detto, è interamente intessuto di omaggi qua e là.  E sarete ovviamente più bravi di me a individuarli uno per uno. Fatto sta che io qui io apposta non desidero apparir pedante a enumerarli tutti scrupolosamente per filo e per segno. E Refn dissemina Drive d’immancabili, imperterriti, voluti, estenuanti, evidenti ammiccamenti a profusione, invigorendo di carburante ossequioso il suo film con rimandi a pellicole storiche del passato lungo tutto il suo arco narrativo e diegetico dei cento minuti di durata complessiva, arrivando addirittura a scegliere l’appesantito, invecchiato Albert Brooks/Tom di Taxi Driver, dandogli un ruolo opposto, ovvero quello del cinico, spregevole boss Bernie Rose, rispetto a quello affidatogli da Scorsese nell’appena suo succitato, immortale capolavoro.

L’uomo innominato, interpretato da Gosling, è solo e senza amici. Nel suo stabile vive una dolcissima ragazza, Irene (Carey Mulligan) della quale s’innamora. La donna ha un figlio avuto da Standard Gabriel (Oscar Isaac), il quale sta scontando gli ultimi suoi giorni di carcere. Quest’ultimo, una volta terminata la sua pena, ritorna da Irene. E l’uomo senza nome, anziché farsi assalire da rabbiosi moti di gelosia, si affeziona paradossalmente a Standard e alla sua famiglia. Assurgendone a protettore seraficamente spirituale e a custode silenzioso della loro inviolabile, familiare e commovente armonia purissima. E arriva perfino a far da guidatore a Standard, ficcatosi nuovamente in un altro irrimediabile, tragico pasticcio. Il driver asseconda Standard per un altro suo losco colpo criminale che gli sarà fatale.

Qualcosa non va quindi per il verso giusto e Standard muore trucidato. Qualcuno ha tradito gli accordi, v’è puzza di bruciato. È stata ordita una macabra macchinazione.

Irene ora è rimasta disperatamente vedova.

Al che l’uomo, come un angelo sterminatore e un giustiziere alla Charles Bronson, risveglia la sua addormentata indole furiosamente violenta, dissotterrandola dalle segrete sigillate della sua anima acchetatasi e assopitasi fino a quel scricchiolante momento tremendo e scopre il suo letale point break vendicativo, si disgela nel cuore suo infrantosi a causa di tanto imperdonabile dolore iniettatogli subdolamente e, come un messianico, ieratico punitore impietoso, insegue accanitamente e implacabilmente i cattivi vigliacchi e pavidamente bugiardi sino alla fine della notte più scuramente dedalica del suo battito cardiaco esplosivamente, atomicamente distruttivo.

Ecco, diciamo che la prima mezz’ora di Drive, col suo incipit folgorante, sfavillante e futuristicamente romantico, iperbolico e fiammeggiante con tanto di caricante musica elettronica magnetica a martellarci suadente nei ventricoli nostri visceralmente, mi auguro, poetici, è mozzafiato, da brividi. Ma poi, è ahinoi il caso di dirlo, il film si perde a tutt’andare per strada. Parte, insomma, in quinta e s’affloscia in una detonazione efferata quanto gratuitamente disturbante della violenza più fastidiosamente compiaciuta da Cinema oscenamente, puerilmente fumettistico, a mezza via fra il peggio di Luc Besson e una scialba, sterile e inconsistente, pedissequa imitazione di Michael Mann. Il maestro per antonomasia dei noir caldi e appunto romantici a cui Refn è stato erroneamente paragonato brutalmente.

Drive diventa anche un film da Takeshi Kitano in salsa hollywoodiana, un potpourri di tanti film già visti, ma il danese Refn non possiede la forza liturgicamente lirica di Takeshi né tantomeno la sua classe estrosa, elegante e autoironica.

La fotografia acquaticamente morbida e digitale di Newton Thomas Sigel, per quanto seduttivamente affascinante, non è quella ipnotica (a proposito sempre di Mann), del Dion Beebe di Collateral.

E Ryan Gosling rimane inevitabilmente un’incognita attoriale assai misteriosa quanto imbarazzante. La sua recitazione implosa da Marlon Brando del nuovo millennio misto appunto al De Niro “schizofrenico” di Taxi Driver, è davvero fenomenale o il suo stile recitativo minimalista continua a restare un’irritante posa?

E siamo sicuri che, senza la strepitosa Nightcall di Kavinsky dei titoli dei testa e la lieve A Real Hero degli Electic Youth di quelli di coda, il film vi sarebbe piaciuto e ancor vi piacerebbe così tanto?

 

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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