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Racconti di Cinema: Will Hunting – Genio Ribelle di Gus Van Sant con Matt Damon e Robin Williams

Oggi parliamo di una pellicola celeberrima, ovvero Will Hunting – Genio ribelle di Gus Van Sant, film uscito nel 1997, da noi distribuito in sala il 6 Marzo del 1998.

Film candidato a svariati Oscar, battuto da Titanic, che però intasco la statuetta per la migliore sceneggiatura originale, scritta dal suo protagonista Matt Damon e da uno dei suoi interpreti, amico nella vita reale e nel film medesimo, Ben Affleck, regalando l’Academy Award, il primo e unico della sua carriera, al compianto Robin Williams per la categoria Best Actor in a Supporting Role.

Questa, a grandi linee, la trama. Che ovviamente non enucleeremo scena per scena (per questo c’è Wikipedia) ma di cui tratteggeremo solo gli aspetti più salienti:

Will Hunting (Matt Damon) è un genio ventenne, un orfano che abita nei quartieri bassi di Boston e lavora come uomo delle pulizie al Massachusetts Institute of Technology. Nel tempo libero, si diverte a far bisboccia coi suoi scalcagnati amici un po’ sfigati.

Will è un rissaiolo che spesso ha avuto problemi con la giustizia.

In virtù della sua prodigiosa memoria fotografica, da perfetto e fenomenale autodidatta, si è costruito peraltro un’enciclopedica cultura pazzesca, divenendo conoscitore provetto di molte materie umanistiche e scientifiche.

Per fortuite circostanze, viene scoperto dal prof. Gerald Lambeau (Stellan Skarsgård) il quale lo salva dal carcere, scendendo a patti col giudice. Fa insomma da ala protettiva a Will e da garante al giudice stesso, assicurandogli che Will, in cambio della libertà, si sottoporrà a frequenti incontri terapeutici con uno psicologo.

Dopo innumerevoli tentativi fallimentari con prestigiosi psicoterapeuti, Lambeau prova ad affidare Will in cura presso un suo ex compagno di studi, il dottor Sean Maguire (Robin Williams).

Un uomo che ha perso sua moglie. Fra Will e Sean inizialmente non scorre buon sangue e il rapporto sanitario presenta qualche complicazione. I due però subito dopo si riconcilieranno.

Non solo il ragazzo troverà la sua strada e recupererà il coraggio perduto, bensì anche il dottore riuscirà a essere sbloccato dalla sua impasse esistenziale scaturita dal lutto della perdita della sua compagna.

Cioè, sia il problematico ragazzo che lo psicologo, in un empatico transfert simbiotico, si aiuteranno inaspettatamente a vicenda.

Lambeau però, a questo punto, vorrebbe che Will venisse indirizzato a studi rinomati, così da potersi fregiare di essere stato lo scopritore, appunto, di un sensazionale genio matematico.

Mentre il dottor Sean desidera invece che Will segua unicamente sue ragioni del suo cuore, libero da manipolazioni e fuorvianti, demagogici condizionamenti. A Sean infatti non importa molto che Will faccia carriera fra i luminari della scienza. Si augura soltanto che possa finalmente essere felice.

Perché di mezzo c’è anche una ragazza di cui Will si è innamorato, Skylar (Minnie Driver).

Will Hunting – Genio ribelle, rivisto col senno di poi, al di là della maestria tecnica di Van Sant, cineasta ovviamente, indiscutibilmente notevole e importantissimo, a prescindere dalla robustezza interpretativa dei suoi singoli performers, possiamo certamente asserire che sia stato leggermente sopravvalutato.

In quanto opera principalmente ruffiana, imbastita per piacere. Cucinata appunto, come si suol dire, per gli Oscar.

Altresì, va ammesso che, malgrado il suo canonico impianto furbescamente hollywoodiano e quindi, consequenzialmente, a dispetto d’una certa pesantezza dolciastra e di tutti i difetti tipici di questo genere di produzioni a metà strada fra il mainstream acchiappa-pubblico e il Cinema indie (infatti fu targato e patrocinato dalla Miramax, ex famosa compagnia produttiva del fallito Harvey Weinstein, specializzato in questo genere di operazioni lenone), Will Hunting – Genio ribelle, per chi non l’avesse ancora visto,rimane un film fascinoso e di sicuro impatto emozionale.

Ove i duetti fra Damon e il tenero, seppur talvolta esuberante e troppo melodrammatico Williams, colpiscono nel segno e commuovono.

Ove Van Sant, pur non firmando di certo la sua opera migliore o più personale, ribadiamo, sa creare il giusto intimismo. In più di un’occasione calca la mano e spinge sull’acceleratore. Riesce però ad aggirare la pericolosa, patetica strada del pietismo grazie alla classe della sua finezza registica.

Giudizio finale:

Will Hunting è un film difettoso ma al contempo dai molteplici pregi, un film della corposa durata di due ore e sei minuti, sostenuto dalla regia accorta e sensibile di Van Sant, attenta come sempre ai dettagli atmosferici delle periferie suburbane, capace di rendere sopportabili molti dialoghi a volte programmatici e smodatamente retorici grazie alla sua fluida, delicata mdp e alla limpidezza della sua tersa sensibilità poetica.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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