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Racconti di Cinema – Lost in Translation di Sofia Coppola con Bill Murray e Scarlett Johansson

Ebbene, a pochi giorni di distanza dalla freschissima e stimolante news secondo cui Sofia Coppola e Bill Murray si riuniranno presto assieme per girare, nella primavera ventura, il film On the Rocks, quale occasione migliore per parlarvi di Lost in Translation, pellicola forse incensata oltremodo (?) presentata in Concorso al Festival di Venezia il 31 Agosto del 2003 (e io fra gli spettatori in Sala Grande), distribuita dalla Focus Features, uscita sui nostri schermi il 5 Dicembre dello stesso anno e soprattutto candidata a quattro premi Oscar fra cui Miglior Film, Miglior Regia, Migliore Attore Protagonista e Migliore Sceneggiatura Originale, che ha vinto la statuetta proprio per quest’ultima categoria, assegnata alla stessa Coppola che, oltre a dirigere questa pellicola, l’ha anche scritta parola per parola, scena per scena.

Sofia Coppola, figlia prediletta di cotanto padre Francis Ford (per cui, in piccolissime parti assolutamente minori, l’ha diretta in molti suoi grandi film, dandole un ruolo poi più prominente e assai contestato as Mary Corleone ne Il padrino – Parte III), e dunque a tutt’oggi, nonostante le sue oramai tantissime prove dietro la macchina da presa, il Leone d’oro per Somewhere e i plausi pressoché unanimi tributatele della Critica, viene ancora identificata, discriminata e guardata con estremo sospetto, colpevolizzata per essere soltanto una raccomandata coi fiocchi.

Qui alla sua seconda prova registica, dopo alcuni celebrati cortometraggi e dopo il suo interessantissimo esordio, Il giardino delle vergini suicide, con un film che, ripetiamo, sin dalla sua anteprima veneziana, ha riscosso uno straordinario successo, tant’è che l’aggregatore di recensioni Metacritic gli assegna tuttora un lodevolissimo 89% di media incontestabilmente altissima.

La trama di Lost in Translation è molto semplice, ridotta all’osso, peculiarità fra l’altro tipica dello stile, amato o bistrattato che sia, di Sofia Coppola, adorata dai suoi ammiratori proprio per il suo sobrio, asciuttissimo, melanconico modo di girare, oserei dire, in punta di piedi, e di contraltare mal tollerata dai suoi detrattori che, appunto, ritengono invece stucchevole e irritante il suo ostentato, spesso superbamente compiaciuto minimalismo iperbolico ed eccessivamente rarefatto.

Bob Harris (Bill Murray) è un divo di Hollywood un po’ in declino che si trova a Tokyo per girare annoiatamente degli spot pubblicitari su un famoso whisky giapponese, il Suntory. Nel lussuoso albergo del quale è ospite, fa presto conoscenza con una sua giovanissima compatriota, Charlotte (Scarlett Johansson), sposata a un imbranato e imbarazzante fotografo di nome John (Giovanni Ribisi).

Mentre Bob è nel bel mezzo della sua crisi esistenziale di mezz’età da uomo disilluso e stanco del suo venticinquennale matrimonio romanticamente agli sgoccioli, e arranca alla bell’e meglio nel suo viale del tramonto da star arrugginita e bolsa, Charlotte, neolaureata in Filosofia, è insoddisfatta della sua vita coniugale già monotona e soffocante, assillata da imperterrite preoccupazioni riguardo il suo futuro e probabilmente animata da una sin a ora repressa, incosciente quanto chimerica, vivace, irreprimibile voglia di vivere.

Due solitudini che fortuitamente s’incontrano nello splendore luccicante e decadente della tentacolare Tokyo. Sia per Bob che per Charlotte è fulminante attrazione a prima vista. Nel loro girovagare per la capitale, fra serate goliardiche e amabili chiacchierate malinconiche, continuano teneramente e temerariamente a scambiarsi confidenze, senza mai però consumare il candido e pudico lor purissimo amore limpidamente incontaminato e commovente.

Alla fine, Bob è costretto a tornare negli Stati Uniti non prima però di aver sussurrato a Charlotte qualcosa all’orecchio e dopo averla dolcemente baciata con niveo far paternalistico.

Forse, nella vita, non s’incontreranno mai più ma nei cuori di entrambi rimarrà splendidamente indimenticabile il lor fugace, delicato, immacolato amour fou, straordinariamente vorticoso quanto velocissimamente impalpabile e lievissimo.

Lost in Translation è un film, insomma, apparentemente costruito sul niente che gioca tutte le sue carte sulle gag d’un Bill Murray al top della sua forma attoriale, qui al suo ruolo cinematografico migliore in assoluto, vive della sua grottesca maschera irresistibilmente tragicomica e si vivifica nell’adamantina, ancor adolescenziale bellezza sensualmente intensa e ipnotica dell’allora lanciatissima Scarlett Johansson.

E affida molto del suo avvolgente fascino alla fotografia d’un mirabolante, eccelso Lance Acord.

I suoi tagli, le sue sublimi inquadrature fra i grattacieli e le superstrade, quei suoi memorabili, acquosi e acquiescenti frame nel frastagliato, luminoso fulgore plumbeo e autunnale della scintillante Tokyo, sono un colpo impressionante di maestria atmosfericamente sfavillante difficilmente dimenticabile.

Citando testualmente la compianta Lietta Tornabuoni de La Stampa: “Si può fare un film soltanto su uno stato d’animo?… Sofia Coppola l’ha fatto, e molto bene.

Su questo “molto bene” si potrebbe discutere per ore. Resta comunque il fatto che Lost in Translation rimane il più bel film di Sofia Coppola.

L’Oscar come Migliore Attore dell’anno andò, come sappiamo, a Sean Penn di Mystic River.

Anche su questo ci sarebbe molto da (ri)dire. Murray vinse il Golden Globe per la Best Performance by an Actor in a Motion Picture – Comedy or Musical ma gli sfuggì appunto l’Academy Award per un soffio.

Basta riguardare la clip di quella Notte degli Oscar, quando Nicole Kidman annuncia il vincitore, per toccare con mano, osservando il rammaricato suo viso stizzito, tutta la sua inconsolabile delusione.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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