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L’uomo che rubò Banksy – Il documentario di Marco Proserpio per due giorni in sala

Che valore ha la street art? E’ arte che può essere esposta in un luogo come un museo o è strettamente legata al territorio, e al muro, su cui viene realizzata? Queste le domande e le storie intorno al documentario di Marco Proserpio, The man who stole Banksy (L’uomo che rubò Banksy).

La storia di questo documentario, L’uomo che rubò Banksy, realizzato da Marco Proserpio il collaborazione con RaiCinema, inizia nel 2007 quando un gruppo di street artist, tra cui l’italiano Blu vennero chiamati per decorare e quindi rendere attrazione turistica, il muro che divide i territori palestinesi intorno a Betlemme da quelli israeliani.

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Chilometri di street art all’aperto, un business turistico per una zona che non ha molto da offrire oltre  alla Basilica della Natività che ha permesso a molti abitanti di improvvisarsi guide turistiche. Lo spettacolo che di solito si vede appena arrivati alla stazione dei bus di Betlemme è quello di una fila di taxi disposta a portarti in giro per vedere la street art sul muro. Così è andata anche per Proserpio che ha incontrato il loquace Walid, tassista e, scopriremo, ladro d’arte.

Come sempre accade con le opere di Banksy, le reazioni a questa invasione di arte sono state di due tipi: entusiasmo e irritazione. Ma qualcuno ha anche visto più in là, come Walid, che racconta di come ha architettato e realizzato il “furto” di un muro di una casa su cui c’era una delle opere più discusse di quella serie di Banksy: “Il soldato e l’asino”.

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Il muro viene venduto su Ebay per 100.000 dollari e inizia il suo viaggio in Occidente, fino ad arrivare in una Galleria d’arte di Londra, dove tutt’ora viene tenuto nascosto, non esposto. Risultato dell’operazione: un’opera d’arte di strada che non viene vista in strada, anzi che non viene neanche vista.

Da questa azione di Walid, il discorso si allarga sulla distribuzione e la mercificazione della street art, fino ad arrivare ad un collezionista compulsivo di Keith Haring, che vive in Italia e che negli anni ’80 staccava le opere di Haring dalle strade di New York per riportarle a casa, senza mai commerciarle, fino ad arrivare ai galleristi che invece sottolineano l’importanza anche commerciale di queste opere.

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Chiusa perfetta di tutto questo discorso l’ha data lo stesso Banksy qualche mese fa, quando una sua opera è stata battuta all’asta da Sotheby’s: non appena si è chiusa la vendita, arrivata a 1,2 milioni di euro, l’opera si è autodistrutta. Quasi a sottolineare che la street art non può essere commercializzata.

Purtroppo però, i commercianti sono degli affaristi e non si sono fatti abbattere: l’opera distrutta di Bansky ha infatti raddoppiato il suo valore anche in quello stato.

Per ragionare su questi argomenti grazie a questo documentario, narrato dalla voce di Iggy Pop, si può andare in sala l’11 e 12 dicembre, giorni in cui L’uomo che rubò Banksy è in sala, distribuito da Nexo Digital.

Regia: Marco Proserpio Con: Walid “the beast”, Slimane Mansour, Paolo Muggiani, Iggy Pop Paese: Italia Durata: 93 minuti Distribuzione: Nexo Digital

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