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Una Storia Senza Nome, recensione del nuovo film di Roberto Andò

Una Storia Senza Nome: Già presentato a Venezia negli scorsi giorni,  il film  segna il ritorno alla commedia di Roberto Andò a cinque anni da Viva La Libertà. Dal 20 settembre al cinema.

Con Una Storia Senza Nome, Roberto Andò prosegue un personale discorso di avvicinamento al cinema popolare, avviato con Viva La Libertà (commedia di buon successo del 2013 che lo rilanciò dopo un periodo di buio) e parzialmente smorzato dal più oscuro Le Confessioni. Nel nuovo lavoro, l’autore siciliano si lascia momentaneamente alle spalle ogni cupezza e abbraccia una forma di cinema leggerissima, a target multiplo (dai 0 ai 99 anni, come si dice), in precario equilibrio su una mezza dozzina di generi diversi, tutti rigorosamente legati all’intrattenimento. Una Storia Senza Nome è una commedia (ovviamente), ma anche un noir, un racconto storico, un giallo, una rom-com e un esercizio metacinematografico di citazioni e riferimenti non troppo velati. Un film-gioco spensierato, con un ensemble cast infinito, e una vera diva alla guida.

Basandosi su un plot dal tono vagamente hard-boiled (un piccolo evento criminoso che nasconde un vastissimo intreccio sommerso), Una Storia Senza Nome gioca a (ri)fare i film, recuperare meccaniche familiari e farle rivivere ai suoi buffi protagonisti. Al centro di tutto Valeria (Micaela Ramazzotti), donna debole e insicura, che vive con la madre ricca (Laura Morante) e lavora come segretaria di produzione. Contattata da un misterioso agente dei servizi segreti in pensione (Renato Carpentieri), si ritroverà coinvolta nella realizzazione di un film ispirato al celebre furto della Natività di Caravaggio ad opera di Cosa Nostra. Ma entità criminali ben più complesse si riveleranno interessate al film, e Valeria dovrà riscoprirsi suo malgrado eroina di una spy-story in carne e ossa.

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Cosa funziona in Una Storia Senza Nome

Al netto di tutto un discorso sul Cinema come strumento di rielaborazione della Storia nazionale (un po’ pretestuoso visto il risultato finale), Una Storia Senza Nome in realtà non fa che riprendere e muoversi attorno ad un piccolo classico del cinema al femminile: il racconto della “bruttina” fragile e spaventata, che attraverso un avventura più o meno pericolosa, acquisterà fiducia in sé stessa, imparando a conoscere la propria forza interiore ed il potere del proprio corpo sugli altri (di solito cambiando taglio di capelli e buttando gli occhiali). Una Storia Senza Nome è in primo luogo questo, una sorta di True Lies per il mercato italiano 2018 (e cioè niente azione, niente sangue, pochissimo sesso rigorosamente fuori campo) attorno al quale articolare un assai meno riuscito affresco storico-noir. Ma finché il film rimane stretto alla sua idea di base, è simpatico e persino divertente.

Il colpo di Una Storia Senza Nome è avere Micaela Ramazzotti come protagonista. L’attrice romana è forse l’unica in Italia a sapere e volere usare il proprio corpo in termini cinematografici, e in un ruolo come quello di Valeria ha finalmente la possibilità di scatenare tutto il campionario. Nei centodieci minuti di film, la Ramazzotti cambia postura, movenze, timbro vocale; è frigida e sensuale, goffa e spigliata a seconda della scena. Viene portata fuori dalla sua zona di comfort (la coatta romana che interpreta in tre film all’anno), e usa tutta la sua fisicità per esprimere l’evoluzione di una protagonista ad altissimo rischio macchietta. Che invece non solo funziona, ma si prende la ribalta, e diventa il cuore del film.

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Perchè non guardare Una Storia Senza Nome

Una Storia Senza Nome si giova della sua leggerezza quando racconta di Valeria, di sua madre, del suo amante (Gassman jr nel classico ruolo alla Gassman sr). Quando prova a muoversi nei più minati territori del mistery politico, storico e poliziesco, la semplicità diventa semplicismo: ed è impossibile ignorare come l’intreccio sia tirato via al limite dell’incomprensibilità, o che la rappresentazione dei vari mafiosi e politici corrotti sia ingenua e tristemente vicina a standard televisivi molto Rai. E l’ambizione di fare un grande affresco sul Cinema e sulla Storia d’Italia si riduce ad una serie di strizzate d’occhio e riferimenti meta non particolarmente brillanti. Una Storia Senza Nome si ferma a metà: funziona come gioco-parodia di un certo giallo vecchio stile, ma non regge come noir a tutto tondo. Non sapendo quale delle due strade imbroccare, il film di Andò rimane medio.

Una Storia Senza Nome va preso come un divertissment, del suo autore e dei suoi attori. E’ una graziosa parodia, democristianamente attenta a non far sgarbo a nessuno (rimanendo dunque lontana dall’acidità delle commedie umane alla Robert Altman cui forse vorrebbe puntare), un film leggero che ha nella sua stessa leggerezza pregio e difetto principale. Ma quando stringe l’inquadratura sulla sua protagonista, lasciando fuori tutto il resto, si intravede un film che avrebbe potuto essere migliore.

Regia: Roberto Andò Con: Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassman, Antonio Catania, Jerzy Skolimowski, Renato Carpentieri, Laura Morante Anno: 2018 Nazione: Italia, Francia Distribuzione: 01 Distribution Durata: 110 min

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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