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Un Sogno Chiamato Florida: recensione del premiatissimo film di Sean Baker

Successo incredibile in patria, Un Sogno Chiamato Florida (The Florida Project, di Sean Baker) arriva finalmente anche in Italia, distribuito da Cinema.

Un Sogno Chiamato Florida (The Florida Project) gioca un campionato difficilissimo. Il quarto film di Sean Baker vuole raccontare una storia sgradevole e tenera insieme, naturalistica e artificiosa, infantile e matura; e lo vuole fare attraverso il topos, che tanti capolavori riconosciuti ha dato al cinema e non solo, dell’infanzia povera perseguitata dal mondo adulto. Il tutto, attraverso una chiave finto-documentaristica ultra indipendente. Pioggia di premi, Nomination, top ten di fine anno: l’operazione è un trionfo. Arrivato ora in Italia, con qualche mese di ritardo e un improbabile titolo da road movie vanziniano, il film è (quasi) bellissimo.

Un Sogno Chiamato Florida racconta di un motel, il Magic Castle di Kissimmee, Orlando. E’ una di quelle strutture cadenti e low-cost che abbiamo imparato a conoscere come patrimonio culturale americano: stanno ai lati delle highway, con stanze a pochi spiccioli, una piscina sporca sul retro e l’aria condizionata, ultimo rifugio di gente in fuga che non può permettersi di meglio. Disneyworld è lì dietro eppure lontanissima. Baker costruisce il film raccontando delle due “comunità” che occupano il residence nelle lunghe e torride giornate di un’estate infinita, e sulla cui dicotomia cresce in equilibrio miracoloso il film intero: gli adulti, e i bambini.

La protagonista di Un Sogno Chiamato Florida è Moonee (Brooklynn Prince). Moonee ha sei anni. Insieme ai piccoli figli degli altri residenti, ammazza i pomeriggi come fanno tutti i bambini di quella età: giocando, correndo, urlando, facendo piccoli  scherzi ai pochi indignati turisti e al paziente custode Bobby (Dafoe). E come tutti i bambini di quell’età, è irrazionale, felice e indifferente alla precarietà economica. Lo sono di meno gli adulti: per lo più donne sole, senza uomini né soldi, impegnate in mille lavori, sempre in viaggio e in cerca di svoltare la giornata per garantire il poco necessario ai piccoli ed evitare di finire per strada. Gli scarti della società del benessere americana, a due passi dal quel parco giochi che ne è celebrazione beffarda. Protagonista del racconto adulto di Un Sogno Chiamato Florida è Halley (Bria Vinaite), ventenne madre single e disoccupata di Moone. Personaggio esuberante e dalle tendenze antisociali, è comunque benvoluta dalle altre signore del motel, e da Bobby, che farà il possibile perché il comportamento folle e disperato di Halley non trascini nei guai lei e la figlia.

Perché vedere Un Sogno Chiamato Florida

Un Sogno Chiamato Florida è, a livello cinematografico, prodigioso: una storia adulta, carica di ogni sfumatura emozionale e tematica, raccontata attraverso dei protagonisti bambini. Non, attenzione, i classici bambini di 12-13 anni che tanto funzionano a livello cinematografico, da I 400 Colpi (con cui pure ha molto in comune) alla Amblin fino a It. The Florida Project filma, forse per la prima volta con questa pregnanza, una categoria umana misteriosa e insondabile: quegli infanti che non sono ancora neanche ragazzini, che non vanno a scuola, sono rumorosi, incontrollabili, senza un pensiero critico o negativo al mondo, e pertanto indecifrabili allo sguardo adulto. Baker, abilissimo, sa di non potergli far recitare una parte, pertanto fa la cosa più astuta: asciuga il copione, abbassa la MdP ad un metro dal suolo fino a creare una straniante “prospettiva bambina” del mondo, e su un esile layout di spunti lascia che Moone, Scooty e Jancey dicano e facciano quello che vogliono, trasformandoli in protagonisti inconsapevoli di un film di finzione.

Un Sogno Chiamato Florida è un film dentro un reportage dentro un film. Lascia che i suoi piccoli protagonisti recitino dei piccoli ruoli (giocare con un accendino, staccare il generatore di corrente), e attorno ai loro atteggiamenti spontanei costruisce un contesto drammatico potente, carico di rilevanza contemporanea e politica. Rilevanza data dai due maggiorenni protagonisti: Dafoe è ovviamente maestoso nel ruolo quasi metacinematografico di figura paterna severa e partecipe (nei confronti delle due ragazze, come del progetto intero). Bria Vinaite, poi, è fantastica. Non professionista come tutto il cast, porta sul volto e sul corpo magro e tatuato tutta la realtà sociale chiamata a rappresentare. Quei loser tanto amati dall’arte quanto odiati dalla società americana, condannati a sopravvivere nel Paese dove il consumo è religione e i suoi poveri gli eretici. Halley deve trovare in ogni modo soldi per la stanza, un giorno dopo l’altro. Moonee e i suoi amici giocano sulle strade assolate e deserte, a loro agio nella precarietà come piccoli animali. Baker segue silenzioso entrambi i mondi, macchina a mano, raccogliendo tutti quei colori, quelle luci, quelle voci. Un Beasts of the Southern Wild senza fantasy; un Brutti Sporchi e Cattivi che non deride né compatisce i suoi personaggi, ma sembra vivere tra di loro.

Cosa non funziona in Un Sogno Chiamato Florida

I film d’autore più ambiziosi (e Un Sogno Chiamto Florida è tra questi) ci mettono un attimo a sbagliare i toni, confondere le sfumature, ritrovandosi a predicare da soli ad un pubblico irritato. Baker schiva tutto ciò da campione, ma fa fatica a portare fino in fondo il discorso di “documentarismo di finzione”. Nel finale c’è necessariamente bisogno di una spinta drammatica, e quando arriva è prevedibile e un po’ goffa. Vengono chiamati per la prima volta a recitare i piccoli, affidandogli dialoghi scritti (pure piuttosto brutti), espressioni a comando e primi piani stretti. Ovviamente il miracolo non riesce. A sei anni non si sa interpretare un altro, c’è poco da fare. The Florida Project chiude quindi con un quarto d’ora finale artefatto e vagamente sgradevole. Andare oltre, sarebbe stato un miracolo.

Un Sogno Chiamato Florida inventa un altro modo di filmare l’infanzia, facendo di bambini di sei anni protagonisti e motori di una storia dalle fortissime implicazioni sociali. E’ un film neorelista, un documentario e un racconto di formazione insieme. Difettoso, ma forse un piccolo classico.

Regia: Sean Baker, Con: Brooklynn Prnce, Bria Vinaite, Willem Dafoe, Valeria Cotto, Christopher Rivera Anno: 2018 Nazione: USA Distribuzione: Cinema Durata: 115 min

About Saverio Felici

Di stanza a Roma, amante del cinema in ogni sua forma da quando riesce a ricordare.Coniugando le passioni più disparate, scrive di tutto su tutto, con un occhio di riguardo alla settima arte. Dal pop-corn movie più becero al più pretenzioso dei film d'autore.

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