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True Detective: in attesa della terza stagione, riviviamo lo stupendo finale della prima, esaltante stagione… questa è Carcosa

Ebbene, la serie antologica True Detective sta tornando di nuovo di moda. Visto che si stanno attualmente girando gli episodi della terza stagione, e ne stanno già succedendo delle belle. Il regista inizialmente designato per dirigere tutti gli episodi di questa nuova season, Jeremy Saulnier, è stato sostituito per divergenze creative dopo che sono avvenuti ingestibili, forti litigi con la produzione, perché a quanto pare non riusciva a entrare in sintonia con l’universo creato da Pizzolatto e discordavano su tutta la linea da infondere all’impianto stilistico. Al suo posto, in cabina di regia è subentrato in tutta fretta Daniel Sackheim ma, al momento, non sappiamo se si occuperà di tutte le altre puntate o si avvicenderanno altri director in corso d’opera.

Sappiamo solo con certezza che il protagonista di questa nuova storia sarà il premio Oscar Mahershala Ali e, come successo per la prima stagione, la storia si svolgerà in vari archi temporali, e verterà su un macabro crimine irrisolto. Sfondo della vicenda non sarà la paludosa Louisiana bensì il gelido e arido, boschivo Arkansas.

Ma, a questo punto, facciamo ancora una volta un doveroso passo indietro e parliamo del finalissimo della prima stagione. Stagione divenuta di cult come non accadeva da anni. Generando la Rust mania. Sì, perché al di là della consueta bravura professionale del solito ineccepibile Woody Harrelson, volto perfetto per il suo personaggio d’investigatore burrascoso e pasticcione, il vero spettacolo di True Detective 1 è stato senza dubbio alcuno Matthew McConaughey. Rust chi è? Un nichilista, un pessimista, o semplicemente un uomo che, dopo aver perso la famiglia, ha tenuto lontano ogni affetto per non soffrire più, e sacralmente però è legato alla vita in maniera asceticamente, perfino incorporeamente metafisica?

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Alcuni hanno sostenuto che l’excursus cristologico di Rust sia paragonabile a quello di uno sciamano che, secondo appunto lo sciamanesimo, altri non è che una persona che, dopo aver attraversato tantissimi e intricati, difficili percorsi afflittivi, dopo aver esperito la malattia della sua anima, dopo esser stato ferito irreversibilmente, dopo essersi sbranato vivo e dilaniato, slabbrato nella sofferenza psichica, è pronto per la rinascenza spirituale, per un’ascensione della coscienza che lo renda oramai invulnerabile al dolore, insomma è un uomo redento, apollineo nel risplendere d’interiore luce viva e pulsante dopo tanto infierente buio tetro e rabbrividente.

E forse in questa rinascita sta il significato intrinseco del finale. Alla fine, giustizia completa forse non sarà fatta. Perché Childress, il mostro con la pelle del viso escoriata, che vive in un casone fatiscente nella più sconquassata degradazione morale della sua umana orribilità, non è il solo colpevole. Ce ne sono altri a piede libero e altri orrendi crimini saranno commessi. Ma s’intravede vivida, pura luce dopo tanta raccapricciante oscurità.

Rust arriva a Carcosa, l’immaginaria tana ove si praticavano le più oscene messe nere, e ha nuovamente una visione. Molti si sono chiesti se quella spirale concentrica, quel vortice luminescente che vede volteggiare sopra di lui sia reale, figlio di quel luogo spiritatamente maledetto da Dio, o sia l’ennesima sua stralunante allucinazione. Personalmente, preferisco credere che la Carcosa di Pizzolatto sia davvero un posto sovrannaturale, infernale, dove può accadere l’imponderabile universalmente sganciato da ogni fisica terrestre. Ecco perché True Detective è stato un trionfo. Perché a differenza della bolsa, opaca seconda stagione, possiede e trasmette un senso impalpabilmente magico e ipnotico come fossimo noi stessi, spettatori, coinvolti in prima persona in quest’irresistibile percorso esotericamente messianico e redentivo, catartico. Stregati dalla mostruosa, incantata paranormalità del suggestionarci nella suggestione stessa dell’irreale reso così visceralmente reale e possibile.

Sì, Carcosa non esiste, la location utilizzata è Fort Macomb. Ma ci piace credere che Fort Macomb sia stato davvero il covo del Re Giallo.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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