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Tre Volti, il ritorno di Jafar Panahi a tre anni da Taxi Teheran

Ancora un film “in clandestinità” per Jafar Panahi, Tre Volti arriva in Italia dopo la presentazione a Cannes: dal 29 novembre, distribuito da Cinema

Tre Volti trova Jafar Panahi in uno stato di serenità che francamente era difficile aspettarsi, all’inizio di questa sua seconda parte di carriera. Condannato dalla Repubblica Islamica dell’Iran agli arresti domiciliari e al divieto di espressione artistica, nel 2010 il regista si era trovato di colpo, da icona della Seconda Nouvelle Vague iraniana, allievo ed erede proclamato di Abbas Kiarostami, a disoccupato di lusso. A Panahi sarebbe teoricamente vietato girare film, lasciare il paese, prendere parte a produzioni cinematografiche di qualunque tipo. Condanna che, come noto, il regista aggira da anni filmando in segreto opere senza budget, in cui la narrazione neorealista dei primi lavori incontra una particolare forma di docufiction: film che sembrano reportage ma non lo sono, sceneggiature scarne affidate a non professionisti, personaggi come versioni fittizie di persone reali che prestano voce e facce. In Tre Volti, queste sono: ancora una volta Panahi stesso (ormai protagonista e “osservatore” nei suoi stessi film, in questa fase più che mai politica della sua opera), l’attrice mainstream Benhaz Jafari, l’adolescente Marziyeh Rezai. Tre volti, appunto, come quelli delle tre donne protagoniste indirette della storia.

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In Tre Volti, seguiamo Panahi e Jafari, rispettati artisti della televisione e del cinema di regime iraniano, attraverso un viaggio nelle regioni montuose dell’Iran del nord, al confine con l’Anatolia turca. Benhaz ha ricevuto un video inquietante: una ragazzina, Marziyeh Rezai, che si impicca a una trave, dichiarando come ragione del suicidio l’opposizione della famiglia al suo sogno di fare l’attrice. Ma né Benhaz né Panahi sono convinti: piccoli elementi del messaggio fanno pensare più a una  richiesta di aiuto che a un vero suicidio. Non resta che partire verso il villaggio della ragazza, per scoprire la verità e provare a trovare una soluzione.

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Cosa funziona in Tre Volti

Il nuovo, personalissimo stile che Panahi ha affinato facendo di necessità virtù, in Tre Volti mostra ormai una perfezione chirurgica.

Come nel premiatissimo Taxi Teheran, è ancora un film di vetture, macchine per muoversi e macchine per riprendere, dunque spostarsi e documentare. Ma non c’è pretesa di realismo (found footage meno che mai): il regista-Panahi si immagina in una data situazione, e pone il suo personaggio-Panahi ad esplorarla. Affiancato qui da una gigantesca protagonista a cui cedere la ribalta, Panahi, spettatore del suo stesso film, affronta con la grazia e la sottilissima ironia tipica di tutto il cinema iraniano più o meno recente una serie di tematiche carissime al pubblico occidentale. Cosa succede a una ragazzina il cui sogno non sia magari pascolare vacche? Come sono recepite le inevitabili ambizioni occidentali della vastissima gioventù? Quanto può valere la voce di una donna del 2018, sotto un fondamentalismo ancora immutato dalla Rivoluzione del ’79? E  quella di un’attrice, un’artista?

Tre Volti esplora tutto questo appoggiandosi ai consueti caratteri di Panahi, mutuati concettualmente dal neorealismo italiano dei ’40: gente qualunque sgrammaticata e anti-cinematografica (dunque incredibile, e pertanto perfetta), letteralmente raccolta per strada e chiamata a interpretare se stessa in rapporto a una data situazione. Nell’indagine dei due cinematografari nella semi disabitata terra dell'”Iran reale” (facile ironia: i radical chic di Teheran tra le montagne dell’Iran profondo), il film esplora un mondo intero, le evoluzioni di una società complessa (social network, voglia di emancipazione), le ambivalenti reazioni della popolazione a nuovi modi di essere. Senza dimenticare l’astrazione e la drammaturgia: Panahi, geniale, infarcisce il lungometraggio di ironia surreale, mette il sé stesso filmico a disagio, gioca con i pregiudizi del suo occidentalissimo pubblico suggerendo continuamente scenari inquietanti da Non Aprite Quella Porta. Scenari puntualmente sbeffeggiati da una realtà che, perché no, non deve per forza essere di violenza e paura.

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Perché non guardare Tre Volti

Lo stile di Tre Volti, parlando proprio di movimenti di macchina e montaggio, è sempre quello di Panahi, di Kiarostami, della maggior parte degli artisti iraniani dell’ultimo mezzo secolo. Lento, iperrealista, fatto di lunghe scene senza tagli, piani sequenza che “imitano” quelli del cinema-verità e del documentario, che il film volutamente ricorda. Non esattamente il pane per un pubblico a digiuno di uno stile simile. Con una certa vena umanitaristica intrinseca, ancora una volta Panahi rifiuta categorico il dramma, non cerca improbabili lieto fine, ma schiva anche gli aspetti più duri di una realtà forse troppo amata per essere messa veramente in discussione. E’ un peccato relativo: vorremo la denuncia e l’indignazione, ma questi sentimenti non sono quelli di Panahi. Che sarà pure un nemico dello stato, ma l’Iran sembra amarlo davvero.

Già maestro amato e affermato, nel massimo della restrizione Panahi trova ancora una volta il massimo dell’ispirazione. Con la giusta dose di narcisismo, regista, protagonista e macchina da presa diventano in Tre Volti una sola entità: uno sguardo che vaga lento, ironico ma non offensivo, dubbioso ma mai spaventato, testimone di un mondo maschile al tramonto e delle donne che forse lo erediteranno. Un film di sincerità e profondità disarmante, potente nei gesti più piccoli e nei primi piani più apparentemente casuali. E più contemporaneo e rilevante che mai. Alla faccia degli arresti domiciliari.

Tre Volti sarà in sala dal 29 novembre con la distribuzione di Cinema. 

Regia: Jafar Panahi Con: Jafar Panahi, Benhaz Jafari, Marziyeh Rezaei Anno: 2018 Durata: 102 min Paese: Iran   Distribuzione: Cinema

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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