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Racconti di Cinema – La cosa di John Carpenter, ipotetica Trilogia dell’Apocalisse

La cosa… film del 1982 della durata di 1h e 49 min.

Sceneggiato da Bill Lancaster dal racconto orrorifico e fantascientifico di John W. Campbell Jr., La cosa da un altro mondo, già alla base dell’omonimo film originale di Christian Nyby girato in collaborazione con Howard Hawks, che lo produsse e co-diresse non accreditato.

E rappresenta, sulla base delle dichiarazioni di Carpenter stesso, il primo capitolo di una sorta d’ipotetica Trilogia dell’Apocalisse, a cui faranno seguito Il signore del male e Il seme della follia.

Siamo in Antartide e il film è ambientato esattamente nel 1982, proprio l’anno di uscita del film, quindi è un fanta-thriller contemporaneo rispetto al periodo in cui è stato girato.

Qui, al Polo Sud, è ubicata una stazione di ricercatori ove il tempo pare essersi fermato, cristallizzato nella monotonia di gesti e azioni lentissime, di una piccola comunità soporifera, immersa nella nevosità d’un clima ostile e cupissimo (la fotografia atmosferica, nera e livida, è nuovamente di Dean Cundey). Così, dopo i titoli di testa, anticipati da un disco volante che, planando in avaria e perdendo la rotta, si schianta, esplodendo frantumato vicino alla crosta terrestre, nell’enigmatico buio stellato dell’universo, risuona scandita l’incalzante musica ossessiva di Ennio Morricone (qui alla sua prima, stupenda ma unica collaborazione con Carpenter, ingiustamente disdegnata dalla Critica che lo candidò al Razzie Award) e assistiamo lentamente a una scena agghiacciante. Un elicottero sorvola le montagne e insegue un cane siberian husky. Il tiratore prova a uccidere l’animale ma l’animale rimane illeso e schiva ogni colpo con funambolica destrezza e fortuita abilità. Quindi, inseguito da questo cinico, umano predatore, viene accolto a braccia aperte dagli uomini della stazione scientifica, giunti in suo soccorso. L’uomo dell’elicottero però, come fosse in preda a una follia rabbiosa e implacabile, scende dal velivolo e continua a fucilare incessantemente, fino a che un uomo lo trafigge e ammazza, sparandogli a un occhio e silenziandolo all’istante.

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Ma perché quell’uomo, che scopriamo essere un norvegese, così come i suoi compagni adesso tutti morti, voleva a tutti i costi uccidere quella povera bestia, nell’atto sconsiderato e scellerato della sua spietata caccia mostruosa? E pareva essere posseduto da una furia omicida dannatamente oscena?

Scende la sera, pacatamente gli uomini ritornano alle loro postazioni, ognuno occupandosi delle consuete, abitudinarie mansioni. Ma all’improvviso, nel canile all’interno della base, una creatura terrificante, fra latrati abnormemente, orridamente raccapriccianti e grandguignoleschi, sta divorando tutti gli husky, si trasmuta in loro e ne sta assumendo le sembianze, contorcendosi sanguinariamente animato da una forza sovrumana.

 

Gli uomini, terrificati da quegli abbaiamenti spaventevoli, si precipitano verso il canile e assistono, raggelati, all’orrendo pasto lupesco, è il caso di dirlo, di quella ributtante e inguardabile creatura, che ora si dimena ancora più furibondamente, fra budella tumefatte e un corpo in perenne mutazione, alla cui sommità e tutt’intorno spuntano le teste dei cani da essa stessa divorati.

Come se quella creatura non identificabile avesse fagocitato le bestie e le avesse assorbite nel suo codice genetico. In un tumultuoso torcersi sbranante in cui ha incorporato e assimilato gli animali a sé in pazzesca, allucinante metamorfosi simbiotica.

Questa, sì, è la cosa. Un’entità aliena risvegliata dai norvegesi, risorta da un letargo durato migliaia di anni, in cui è stata ibernata sotto i ghiacciai, adesso imprendibilmente fuggita a piede libero per contagiare e divorare ogni essere vivente del pianeta Terra nella sua ferina, inarrestabile mostruosità rigenerativa e infettiva, distruggendo a sua volta ogni altra cosa, ricreandosi e plasmandosi al DNA delle sue vittime.

 

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La cosa non si fermerà e ora sta contagiando tutti gli uomini della base polare-artica.

Dev’essere abbattuta e bruciata viva, ma la cosa è qualcosa d’infidamente invisibile che risorge dalle sue ceneri e, morbosamente maliarda, è diabolicamente invincibile. La cosa è immortale e la sua immortalità cerca vita nella morte perpetrata agli esseri dapprima vivi.

Tutti possono essere contagiati e nessuno si fida di chi gli sta di fronte o accanto. Uno di loro potrebbe essere la cosa trasformatasi in un uomo, tutti potrebbero essere la cosa, la persona all’apparenza normale potrebbe essere stata già indelebilmente infettata.

E cresce la paura, la tensione si taglia col coltello, vibra la suspense montante in un assordante urlo delle notti più terrificanti.

Alla fine rimarranno due uomini a guardarsi in faccia, uno dei due o entrambi sono la cosa?

Un altro monito apocalittico di Carpenter, pessimista, radicale, perché pare volerci dire, senza troppe metafore, che forse siamo noi, uomini, l’incarnazione stessa della cosa. Chiunque di noi lo è e, per sopravvivere, parassitariamente assimila ciò che lo circonda, in maniera funereamente viva e glaciale. Malevola e subdola.

Il film, come detto, è del 1982 e incassò assai maluccio, annientato da E.T. – L’extra-terrestre.

Due grandi film, uno figlio della poetica spielberghiana di quel periodo, con la “cosa” aliena contagiosamente buona, col suo carico di ottimismo sognante e leggiadro, e di contro questo di Carpenter, spietato, nerissimo, a profetizzare invece un nostro immediato futuro catastrofico. Enormemente spaventoso.

Ah, scusate, non ho citato gli stratosferici effetti speciali di Rob Bottin, già autore per Carpenter degli Special Effects di Fog.

La cosa però, a mio avviso, non è il capolavoro tanto miticizzato dai fan di John. Alla sua uscita, la Critica gli fu molto freddina, col tempo adesso nessuno si sente di obiettare sulla sua grandezza.

E io non ho la pretesa di schierarmi in nessuna delle due fazioni.

La cosa è un film importantissimo, ovvio e inconfutabile che lo sia, ma il rischio d’idealizzarlo troppo e amplificarne i meriti è dietro l’angolo.

È il classico film ingiustamente snobbato quando uscì e poi forse iper-glorificato oltre i suoi reali meriti. Dove sta la verità?

 

La verità è che capolavoro lo è. Eh eh.

 

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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