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Racconti di Cinema – Frankenstein di Mary Shelley di e con Kenneth Branagh e Robert De Niro

Oggi è il turno del capolavoro imperfetto di Kenneth Branagh, da lui stesso interpretato assieme a Robert De Niro. Un classicissimo, a mio avviso incompreso, della cinematografia horror romantica.

D’altronde, come dichiaratamente palesato nel titolo, il film è tratto, seppur con molte libertà, dal celeberrimo romanzo di Mary Shelley, adattato e sceneggiato da Steph Lady e Frank Darabont, sì, proprio lui, il regista de Le ali della libertà, Il miglio verde e The Majestic, per la prima volta qui a cimentarsi con un film dal grosso budget a tematica orrorifica, dopo i suoi script di Nightmare 3 – I guerrieri del sogno e La mosca 2.

Frankenstein di Mary Shelley, pellicola della durata di due ore e tre minuti, facente parte della serie, negli anni novanta, di film della TrisStar Pictures dedicata ai mostri dell’orrore, assieme a Wolf – La belva è fuori di Mike Nichols con Jack Nicholson e Michelle Pfeiffer (rielaborazione rampante, assai strampalata e kitsch del mito del lupo mannaro), Mary Reilly di Stephen Frears con Julia Roberts e John Malkovich (dal libro di La governante del dottor Jekyll di Valerie Martin, a sua volta ispirata al celebre racconto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde del grande Robert Louis Stevenson) e, ovviamente, Dracula di Bram Stoker firmato Francis Ford Coppola con Gary Oldman. Coppola che di questo Frankenstein è peraltro produttore con la sua Zoetrope.

Trama…

Anno 1974: fra i ghiacci dell’Artide, Victor Frankestein, uno scienziato, è moribondo e in stato di salute assai cagionevole. Viene soccorso dal capitano Robert Walton (Aidan Quinn) col suo vascello che si sta dirigendo al Polo Nord.

Frankenstein appare allucinato, in preda a tremori incontrollabili e terribilmente scosso da fortissimi brividi di paura. Al che l’intero equipaggio ode un lamento straziante e spaventoso provenire da un orizzonte indefinito e nebuloso.

Frankenstein racconta al capitano cosa sta accadendo e, in analessi, gli narra la sua storia, descrivendo tutti gli antecedenti fatti mostruosamente successigli.

Tornando indietro con la memoria sino a dieci anni prima. E in ciò la versione di Branagh ricalca filologicamente e in maniera abbastanza purista la struttura diaristica del romanzo della Shelley, coi suoi continui andirivieni temporali e i flashback narrativi.

Frankenstein era un brillantissimo studente di medicina che viveva lussuosamente a Ginevra assieme alla sua famiglia. Sconvolto e allucinato dalla sconvolgente morte di parto della madre, terrificato da questo madornale lutto che l’ha sventrato e dilaniato nel dolore più inconsolabile, pietrificato nell’anima a causa di quest’evento terrificante, decide di prodigarsi assiduamente, come un folle, per scoprire il segreto della vita umana, nel tentativo superomistico di voler congelare l’inevitabile caducità del corpo umano e trasformare la vita in qualcosa di eterno e immortale. Ricreandola artificialmente in laboratorio al fine di poter creare, come fosse un Dio grandiosamente potente, una sorta di corpo perfettamente immutabile nel tempo.

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Al che raccatta il cadavere senza di vita di un impiccato, lo trascina segretissimamente nella sua segreta (scusate il volontario gioco di parole) ove, cucendogli addosso, come un collage e un carnale patchwork, pezzi di carne macellata e organi interni prelevati da altre persone uccise dal colera, intessendoli fra loro e mischiandoli al liquido amniotico da lui rubato a donne incinte, attraverso avveniristiche e sofisticate scariche elettriche, spera di dar vita una creatura vivente, anzi, rinascente e magnificente. O, meglio, sogna d’infondergli la scintilla vitale primordiale.

Inizialmente crede che il suo esperimento sia stato fallimentare. E, affranto, in preda alla disperazione, si allontana dal laboratorio. Quando, tutt’a un tratto, ode fragorosamente bussare qualcuno, o qualcosa, dall’interno della cisterna nella quale aveva riposto il cadavere ricomposto dell’uomo. Quest’uomo è ritornato alla vita!

Meravigliato e immensamente sbigottito da quest’avvenuto, incredibile miracolo, impazzisce di gioia ma presto si accorge che, sì, la creatura respira, si muove e che dunque il suo esperimento è stupendamente riuscito, ma ha ora davanti a sé un essere repellente, raccapricciante e ripugnante.

E ne fugge via, in preda al più sconcertante terrore. Come se, conscio d’aver generato un mostro agghiacciante, volesse scappare dall’orrendezza inguardabile della sua stessa disumana, scellerata, abominevole creazione. Per rifuggire dall’incombente, nefasto pensiero d’aver concepito una tale imperdonabile oscenità immonda.

E, per scacciare l’ossessione di quest’incubo materializzatosi in tutta la sua accecante spaventevolezza, quanto prima si ricongiunge con l’amata Elizabeth Beaufort (Helena Bonham Carter), la sua donna prediletta che aveva però violentemente trascurato e disdegnato proprio per dedicarsi alla sua follia.

Ma quella creatura (Robert De Niro) è viva, profondamente viva e sta pian piano, seppur emarginata e picchiata, acquisendo coscienza, per vendicarsi senza pietà del suo scriteriato padre…

E ora ha spietatamente inseguito Frankenstein sin in capo al mondo.

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Frankenstein di Mary Shelley non fu accolto benevolmente dalla Critica, sebbene il pubblico, soprattutto europeo, l’avesse apprezzato molto, e a tutt’oggi viene erroneamente considerato un film sbagliato, perfino pacchiano.

Niente di più gravemente falso e superficiale.

Frankenstein di Mary Shelley, assieme al bellissimo Assassinio sull’Orient Express, è il capolavoro registico di Kenneth Branagh. Seppur non privo di evidenti difetti. Proprio l’altra faccia della medaglia del Dracula di Coppola. Laddove Coppola aveva allestito uno spettacolo barocco, visionario, avanguardistico, Branagh ricrea Mary Shelley con freddezza, eleganza maestosa, con fine e magniloquente pregevolezza visiva, un incanto lustrato dalla fotografia plumbea e cristallina di Roger Pratt.

Questo almeno è il mio modestamente superbo parere, eh eh.

Compagnia di attori infallibili, un film che vanta nel suo cast Tom “Amadeus” Hulce, John Cleese e Ian Holm.

Dominato e illuminato dalla classe attoriale di Branagh e pervaso dalla strisciante, sinistra, serpeggiante presenza torreggiante e carismatica di Robert De Niro, magnifico anche sotto il pesantissimo trucco.

Come giustamente sostenuto da Morandini nel suo Dizionario: Branagh ha fatto un’opera ricca, frenetica, ridondante in cui, forse per la prima volta, il protagonista assoluto è lo scienziato e non la sua creatura. Ma De Niro ha saputo magistralmente infondere al suo mostro solitudine, dolore, cattiveria come reazione al rifiuto.

Molte le scene d’antologia, commovente e indimenticabile quella del malinconico incontro fra la creatura incarnata da De Niro e il cieco, due diversi ripudiati dal mondo, due uomini, due assolute purezze che si capiscono all’istante, diversi non tanto per sé stessi ma per coloro che li osservano con intimorita curiosità e ne sono assurdamente inquietati.

Sintesi poetica, simil The Elephant Man, della vera, spettrale, macabra devastante mostruosità. La bellezza è negli occhi, infatti, di chi guarda. Stesso discorso dicasi per l’orrore. E dunque per le aberrazioni degli uomini.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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