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Racconti di Cinema: Christine – La macchina infernale di John Carpenter

 

E arriviamo a Christine – La macchina infernale. Parto subito col dire, spiazzando i suoi inguaribili ammiratori, i quali quando si parla di Carpenter non sono mai obiettivi e difendono a spada tratta ogni sua pellicola, che Christine non è sinceramente un grande film. Ma andò abbastanza bene al botteghino. Costato relativamente poco, cioè $9,700,000, incassò quasi il triplo del suo budget.

Il film uscì negli Stati Uniti il 9 Dicembre del 1983, da noi invece fu distribuito in sala il primo Marzo dell’anno dopo.

Era lecito aspettarsi un discreto successo. D’altronde, tutti i grandi registi in quel periodo si erano accorti del potenziale commerciale di Stephen King, e anche Carpenter, strizzando l’occhio al box office, sapeva bene che adattare l’omonimo romanzo del maestro del brivido gli avrebbe fruttato parecchi soldi.

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Il suo film non è affatto brutto, ci mancherebbe, ma non poteva e non può competere, anche a tutt’oggi, con adattamenti da King decisamente superiori. E mi riferisco a Carrie di Brian De Palma e al quasi suo contemporaneo Shining di Stanley Kubrick.

Due capolavori contro i quali Christine, pur con tutti i suoi evidenti e rimarcabili pregi, sfigura non poco.

Diciamo che Christine è cresciuto col tempo, com’è accaduto con quasi tutte le pellicole di Carpenter. Ora brilla di un’aura mitologica tutta sua e lo potremmo classificare fra i cosiddetti film di culto, per la gioia dei fieri appassionati del Cinema di John.

Ma ripeto, se vogliamo essere lucidamente oggettivi, questa mitizzazione gli deriva più che altro dalla nomea e dalla leggendarietà di Carpenter in quanto tale, dall’esaltazione dei suoi adoratori che tendono a venerare e magnificare ogni sua creatura a prescindere da fattuali e veridici motivi estrinseci rispetto all’effettiva bellezza del film stesso.

Christine non è male, anzi, è un film seminale e importante, ma non possiede la potenza di altre sue opere, appare adesso inevitabilmente datato, logorato dal tempo, e la sua longevità cinematografica ne ha inesorabilmente risentito.

È un film figlio del suo tempo. Incastonato nei suoi stilemi, nelle istanze di quegli anni. Ove primeggiavano le pellicole a tematica adolescenziale incentrate su timidi studenti collegiali schiacciati da genitori asfissianti, e imperava la capricciosa, oserei dire “brufolosa”, voglia di ribellione.

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Incipit:

Detroit, anno 1957. Siamo in una fabbrica di automobili di macchine Plymouth e viene appena sfornata e confezionata una rossa, fiammeggiante e luccicante Fury d’annata. Uno stupendo modello d’epoca. Al che un operaio, come da programma, controlla l’autovettura per la messa a punto ma viene lesionato gravemente dalla lamiera del cofano che quasi gli amputa e trancia la mano. Poi, un altro operaio la prova e vi si siede a fumare un sigaro, con la cenere che si rovescia sul sedile ancora incellofanato. Subito dopo viene trovato morto, soffocato dai gas di scarico.

Quindi, l’azione con un repentino flashforward si sposta in California, a Rockbridge, nel giorno 12 Settembre del 1978.

Due inseparabili amici, Arnie Cunningham e Dennis Guilder (rispettivamente interpretati da Keith Gordon e John Stockwell), si dirigono a scuola per il primo giorno del nuovo anno. Non è quello che si può definire un giorno indimenticabile, anzi, va tutto storto.

Dennis Guilder, nonostante sia belloccio e carino, nel suo imbranato tentativo di corteggiare una ragazza fallisce ridicolmente, mentre ad Arnie capita di peggio. Viene angariato e malmenato da quattro bulletti, capitanati dal manesco Buddy Repperton (William Ostrander), sebbene la rissa venga comunque presto sedata e Buddy sia espulso. Buddy però non ci sta e minaccia pericolose ritorsioni.

Intanto nella scuola è arrivata la cosiddetta ragazza di un’altra categoria, dalla classe inarrivabile, la ragazza emancipata che tutti desiderano, la donna dei sogni, la serissima e slanciata Leigh Cabot (Alexandra Paul).

E tutti le vanno dietro, sbavandole smodatamente.

Nel tragitto di ritorno da scuola, Arnie e Dennis avvistano nel mezzo di una radura, ai piedi di cespugliosi arbusti e di una cascina fatiscente, una macchina in disuso. È proprio quella maledetta Plymouth Fury. Ma naturalmente loro ne sono ignari. Arnie, folgorato da questa macchina pregiata, seppur malmessa, decide immediatamente di acquistarla e contratta velocemente col suo proprietario, un decrepito contadino macchiato d’olio e col camice imbrattato.

La mette a posto, e da allora non se ne stacca più per nessuna ragione al mondo.

 

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E subisce un’inaspettata trasformazione. Da buffo, strano, anonimo, timido, goffo nerd occhialuto, diventa un ragazzo normale, discretamente piacente e sarà proprio lui, contro ogni pronostico, a conquistare l’ambita Leigh Cabot. L’impossibile si è divinamente materializzato e avverato.

Arnie è gelosissimo della sua macchina, la tratta come un’amante, e la macchina è allo stesso modo morbosamente gelosa di lui. Come se ricambiasse il suo premuroso, delicatissimo, sconfinato amore ed entrambi si compenetrassero e teneramente fondessero di effusioni assieme in maniera metafisicamente sessuale.

Il suo miglior amico, Dennis, stupefatto, incredulo dinanzi alla sua metamorfosi, diviene geloso a sua volta di quella macchina, di nome Christine, e la stupenda ragazza di Arnie, Leigh, parimenti è assillata da essa, anzi da lei. Perché Christine pare umana, la turba, e Leigh crede che Arnie copuli con lei e la tradisca. Sì, la tradisca con Christine.

Sia Dennis che Leigh, ingelositi a morte, rischiano di morire.

Arnie tiene parcheggiata Christine in una scalcinata officina. In una notte fosca e tempestosa, Buddy e i suoi amichetti s’infiltrano nel garage di nascosto, e distruggono Christine, riducendola a brandelli.

Ma Christine rinascerà, dalle macerie della sua carne metallizzata, dall’anima macellata di quello spregevole affronto alla sua erotica, sì, avvenentissima rilucenza vigliaccamente deturpata, devastante si restaurerà vendicativa, assurta ora a sanguinoso, indistruttibile congegno luciferino.

Fioccheranno i morti trucidati, e sarà allora che entrerà in scena il giustamente sospettoso, scrupoloso tenente di polizia Junkins (Harry Dean Stanton).

 

Che cosa sta succedendo?

Lo scoprirete solo vedendo Christine.

 

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Come in un Crash cronenberghiano, il corpo-macchina si propaga e trasmuta, in tal caso, attraverso i cambiamenti fisici e caratteriali di Arnie. E, a tesi di questo mio ragionamento, ricordo a tutti che nel libro di King, appena Arnie entra in contatto e “possiede” Christine, la sua acne adolescenziale sparisce e il suo viso si abbellisce com’illuminato d’armoniosa grazia, mentre nel film, dal momento in cui diviene il suo segreto amante inconfessabile, non indossa più gli antiestetici, grossi occhiali.

Film discontinuo, con grandi momenti tipicamente carpenteriani e angoscianti, e altri invece più confusi. E nell’insieme il film pecca di una certa ingiustificata prolissità, dilungandosi in digressioni superflue e talvolta troppo minuziosamente, puntigliosamente descrittive.

Ma, seppur afasico, è mordacemente appassionante lo stesso, ipnotizza lo spettatore per buona parte dei suoi 110 min. e, assieme a Starman, è il film dal minutaggio più lungo della carriera registica di Carpenter. E, ribadisco, forse solo proprio per via della sua non necessaria lunghezza, disperde lungo l’intreccio una certa forza espressiva che poteva essere maggiormente graffiante. Un film, dunque, che poteva essere più incisivo e corrosivo e che invece così, in vari frangenti, appare tedioso e frammentario. D’altronde, una delle peculiari caratteristiche di Carpenter, come già detto, è stata la sua uniforme capacità sintetica, l’aver sempre saputo condensare svariati e radicali temi con invidiabile essenzialità. Una delle matrici imperative della sua poetica.

Ma comunque funziona abbastanza fluidamente, inquieta e vi sono al solito quattro-cinque imponenti momenti di Cinema colossale. Come, su tutti, l’inseguimento per le claustrofobiche strade notturne e l’uccisione nel vicolo cieco di Christine nei riguardi del teppistello Moochie Welch.

Christine è un film che sarebbe inoltre da studiare anche per analizzare l’evoluzione artistica dei giovanissimi attori che l’hanno interpretato.

Il protagonista, Keith Gordon, è diventato un regista molto apprezzato. Suoi infatti l’interessantissimo Confessione finale con Nick Nolte, da Kurt Vonnegut, e Waking the Dead con Jennifer Connelly e Billy Crudup, oltre ad alcuni episodi di Dexter e di Fargo.

Colui che interpreta la parte del suo miglior amico nel film, John Stockwell, dopo essere stato Cougar in Top Gun, come Gordon è diventato regista, sebbene di pellicole di cassetta assai inferiori rispetto a quelle del suo collega.

E Alexandra Paul, negli anni novanta, ha raggiunto un certo grado di notorietà per aver incarnato l’androgina, sexy, vigorosa e prestante Stephanie Holden nella serie Baywatch.

E pensate, ai tempi di Christine, la Paul stava proprio assieme a William Ostrander. Insomma, nella vita reale, era innamorata proprio di colui che interpretava il vile capobanda del gruppo dei bulli. Altro che Arnie. Certe cose succedono soltanto nella finzione…

Come dire, se vogliamo essere realistici, che le belle donne irraggiungibili, ambiziose e altezzose, spesso e volentieri scelgono i tipi stronzi, alti, massicci, ruvidi, grinzosi, forse perfino barbarici e incolti.

Ma sarà poi la verità?

Infine, Kelly Preston… Che qui risalta nelle scene iniziali e poi non si vede più. Attrice che ricordiamo soprattutto per Gioco d’amore di Sam Raimi con Kevin Costner e che, da tantissimi anni, è la moglie di John Travolta.

Ecco che Carpenter, ancora una volta, in modo netto, gira un fantahorror politico. Arnie Cunningham, che fra l’altro, e forse non a caso, ha lo stesso cognome di Ron Howard nella serie televisiva che impazzava in quegli anni, Happy Days, da buon Cunningham appunto, appartiene pienamente alla middle class americana molto agiata, anzi ricca. È decisamente un White Anglo-Saxon Protestant, un WASP per intenderci. Di buona famiglia, molto conformista e repressiva, forzatamente dai genitori, senza che gli possa esser permesso di compiere liberamente le sue scelte, vien obbligato a un insindacabile percorso scolastico. Al quale si deve attenere senza battere ciglio. Ma, quando inizia il film, è ancora minorenne, non è indipendente economicamente ed è vilipeso dai suoi compagni di scuola, che non lo accettano, lo respingono violentemente e deridono la sua sessualità, le sue imbranataggini, la sua maldestra timidezza.

Lui non gioca, come tutti gli altri, a football, fisicamente è sgraziato. È il classico tipo che non ce la può fare… È socialmente un idiota, almeno per gli scriteriati, arrivistici parametri della pazza società capitalistica americana, improntata a distorsivi valori come l’apparenza, il sesso e il mito del successo. Allora capisce che riuscire ad avere quella macchina di lusso d’epoca, Christine, gli garantirà l’accesso a quell’osteggiato mondo da lui connaturatamente odiato e respinto ma al contempo tanto bramato, e Christine diverrà per lui il lasciapassare per entrare di diritto in quel fatuo, precoce mondo falsamente illusorio di adulti cinici e subdolamente emancipati. Quindi, attraverso lo status symbol della macchinona comprerà anche l’amore della ragazza desiderata da tutti. E più esteticamente migliorerà e otterrà piaceri tanto più la sua unicità, la sua preziosa, autentica, individuale, sana alterità verrà corrotta, e si putrefarà nell’animo. Edonisticamente contaminato, irreversibilmente guastatosi, leso nella purezza e vendutosi. Lui stesso trasformatosi in una brillante macchina fra scialbi, grigi uomini-macchine.

Bisogna aggiungere altro per capire la filosofia autoriale che sta alla base perfino di un film che, di primo acchito, potrebbe invece sembrare tanto lontano dalla carpenteriana visione del mondo? Quel che so per certo è che, certamente, Christine non è un capolavoro, ha tanti difetti, tante ammaccature, ma lasciateci amarla, no, ammirarlo e amarlo.

Come ha scritto il compianto critico Morando Morandini, rimanendo nell’ambito di facili metafore meccaniche, il film non ha abbastanza carburante per tutto il percorso. E, aggiungo io, come peraltro già evidenziato e spiegato, s’inceppa, s’incaglia, si affloscia, si spegne, ma poi miracolosamente riparte. Perché nonostante le sue infossature e le botte, i lividi ricevuti nel tempo, nonostante oggi possa sembrare obsoleto, fuori moda, è un oggetto cinematografico di raro, splendente antiquariato, pericolosamente affascinante come la sua macchina infernale, questa macchina mefitica e irresistibile. Epidemicamente attraente.

Nel bene o nel male, un must.

 

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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