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Racconti di Cinema – La nona porta di Roman Polanski con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner

Oggi recensiamo il film più snobbato in assoluto di Roman Polanski, o meglio Polański, sì, la sua esatta dicitura è con la n accentata così, da vero polacco naturalizzato francese.

La nona porta (The Ninth Gate), film della bella, lunga durata di due ore e tredici minuti, uscito in Italia alla vigilia di Natale, ovvero il 24 Dicembre del 1999. Strana scelta distributiva perché tutto è tranne che un film propriamente natalizio. Qui, infatti, si parla di colui che è diametralmente opposto a Cristo, cioè Satana.

A proposito di Satana, dicevamo… sì, La nona porta fu assai stroncato e malvisto all’epoca dalla Critica che, forse, si aspettava un nuovo, scandaloso, sconvolgente Rosemary’s Baby aggiornato ai tempi moderni prima del fatidico, paventato scoccare, appunto millenaristico, degli anni duemila. E invece, essendosi creata la falsa aspettativa di trovarsi di fronte semplicemente a un thriller misterico ove, sì, il Diavolo c’entra ma la cui presenza è del tutto fittizia, marginale e (spoilerizzo) assolutamente inconsistente ed evanescente, forse è stata scontentata nell’assistere soltanto a un gran bel film molto classico, lineare, tutto fuorché diavolesco. Qui il satanismo si concretizza solamente nella fantasiosa, perversa mente malata di uno dei suoi protagonisti (Balkan), ma del Diavolo non vediamo nemmeno l’ombra. O meglio, come brevissimamente accennerò nelle righe seguenti, il Diavolo, sì, fa capolino nel finale, ma simboleggiato nelle fattezze maliarde e tentatrici di una donna angelicamente seduttiva, similmente al dipinto Il peccato del simbolista Franz von Stuck.

La nona porta è sceneggiato dallo stesso Polanski assieme a Enrique Urbizu e John Brownjohn, che hanno adattato per il grande schermo il famoso best seller di Arturo Pérez-ReverteIl club Dumas.

Libro che modestamente custodisco nella mia biblioteca personale. Sì, lo lessi prima che il film di Polanski uscisse, in piovigginose serate autunnali in cui lo divorai a letto mentre, assalito dalla febbre di quei giorni tiepidamente ombrosi e malaticci, sfogliai ogni sua pagina con l’immaginazione cavalcante e sognante tipica della mia adolescenza avventurosa. Un libro di raffinata fattura, dalla prosa molto simile a quella di Umberto Eco in alcune pagine sottilmente, minuziosamente descrittive, più farraginoso e assai meno interessante in altre nelle quali Reverte, a mio avviso, con troppa freddezza e scarse, mal sviluppate digressioni, che avrebbero maggiormente creato la giusta tensione, è stato invece frettoloso, sbrigativo e brusco nei dialoghi, convenzionale come in un libretto di facile consumo alla John Grisham. Adagiandosi a morbosi, ammiccanti, piccanti giochi verbali un po’ volgari, indegni di un romanzo elegante di questo genere, che stonano con la sulfurea atmosfera della trama e son più vicini semmai ai romance squallidamente erotici che tanto van oggi di moda.

Un libro che ha avuto la sua prima edizione in italiano per merito della Marco Tropea Editore, e infatti questa io posseggo, ma che recentemente è stato tradotto anche dalla Rizzoli, da cui estraiamo la sinossi:

Lucas Corso indaga sui libri antichi come un detective sulle tracce di un crimine. Chiamato a verificare l’autenticità di un capitolo manoscritto dei “Tre moschettieri” e a decifrare l’enigma nascosto in un testo rarissimo, “Le Nove Porte del Regno delle Ombre”, un manuale di magia nera, Corso intraprende un lungo viaggio che lo conduce dai vicoli di Toledo al Quartiere Latino di Parigi lungo i sentieri impervi dell’occulto. Un allucinato gioco di specchi che sfida l’intelletto e l’immaginazione, tra apparizioni angeliche e pericolose seduzioni.

Sinossi applicabilissima alla trasposizione polanskiana.

Con le dovute, sostanziali modifiche, come quella del nome del personaggio principale, interpretato da un bravissimo Johnny Depp. Nel film, a differenza del libro, il suo nome non è più Lucas ma diviene Dean.

E cambia anche leggermente la storia. Nel libro, prima che Corso venga incaricato dal bibliofilo ed esoterista Boris Balkan (lo stupendo Frank Langella) d’indagare sul manoscritto da lui capricciosamente anelato, vi è un antefatto con un altro paio d’importanti personaggi.

Fatto sta che la trama de La nona porta poi rispecchia abbastanza fedelmente quella del libro, tranne nel finale, che naturalmente non svelerò.

Come in un romanzo picaresco di Alexandre Dumas, il film è una detection per mezza Europa, ove si stagliano, arcigne e affascinantissime, le due magnifiche venustà di Lena Olin, nella parte di Liana Telfer, e della superba moglie di Polanski, un’Emmanuelle Seigner, nei panni della “ragazza senza nome”, The Girl, allo zenit della sua conturbante bellezza.

Ove l’antica, vintage fotografia di Darius Khondji dà un tocco di classe inaudito alla pellicola, ammantandola di un sapore gustosamente rétro.

Non capisco cosa non vi piaccia di questo film. Sì, è molto lento, molto dialogato, ma il Cinema di Polanski è sempre stato questo. Perché vi ha deluso?

Perplesso, continuo ad amare La nona porta. Sperando che anche voi, detrattori, impariate a rivalutarlo come si deve.

 

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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