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Rabbia Furiosa – Er Canaro: il film di Stivaletti regala un’opposta visione della storia del Canaro

Dopo Dogman, tocca a Rabbia Furiosa: Sergio Stivaletti regala una rielaborazione, folle e ultraviolenta, del delitto del Canaro. Dal 7 giugno

Parlando di Rabbia Furiosa – Er Canaro, non si può non affrontare da subito il nodo della parentela con il Dogman di Matteo Garrone. A prima vista, il film di Sergio Stivaletti, in sala solo tre settimane dopo, farebbe automaticamente pensare ad una sorta di operazione stile Asylum, di cui nei bei tempi andati l’Italia era maestra: prendere un marchio di successo e rifarlo uguale, con meno soldi e ambizioni, confidando nell’ingenuità del pubblico di fronte ad un presunto “sequel ufficiale” alla amatriciana. Oggi, questo tipo di inconsapevolezza non esiste più. Gli autori lo sanno. Rabbia Furiosa è un film autonomo, con poco o nulla in comune con l’altro premiatissimo lavoro in sala. Come spiegato da Stivaletti, la notizia che Garrone stava lavorando ad un progetto sul Delitto del Canaro servì solo a sbloccare la produzione del proprio film, già scritto da anni. Da qui, la concomitanza di uscite. Rabbia Furiosa è un’altro sguardo su una storia che ormai, come Jack lo Squartatore o il Killer dello Zodiaco, non appartiene più alla Cronaca, quanto al Mito.

La storia di Rabbia Furiosa è quella che già conosciamo: il rapporto di sopraffazione e dipendenza tra un tolettatore di cani (De Filippis), spacciatore da poco, e il suo amico criminale a tutto tondo (Olivari), violento e bestiale. E’ la storia eterna di un’amicizia morbosa e sbilanciata, fatta di vessazioni e umiliazioni sopportate in silenzio per una vita intera, fino all’esplosione finale. Partendo da questo scheletro, Rabbia Furiosa costruisce una mitologia completamente diversa: come nell’origin story di un fumetto trash, aumenta i personaggi, i villain sopra le righe, i background privati, persino l’elemento fantastico. Dopo dieci minuti, è possibile dimenticarsi di stare guardando la storia del Canaro. Ma il film saprà ricordarcelo.

Perché vedere Rabbia Furiosa – Er Canaro

Rabbia Furiosa è ciò per cui l’espressione “film d’altri tempi” è stata coniata. Sergio Stivaletti è un nome che non ha bisogno di presentazioni: esordendo agli effetti visivi per Lamberto Bava e Michele Soavi, ha subito sulla propria pelle la scomparsa dell’industria del cinema italiano tra gli anni ’80 e ’90, ritrovandosi a predicare praticamente da solo la dottrina dell’horror nostrano ormai dimenticato. Già regista di due lavori tra il ’97 e il 2004, covava la sceneggiatura di Rabbia Furiosa almeno da quel periodo. Il film si è sbloccato ora, e atterra nelle sale come un oggetto alieno. La riproposizione studiata di un tipo di cinema pop risalente a quarant’anni fa (prima ancora che lo stesso Stivaletti si affacciasse al mestiere) è talmente esatta e filologica da far venire brividi di nostalgia. Ma allo stesso tempo, e qui sta la qualità del lavoro, Rabbia Furiosa è moderno, radicato in un plausibilissimo 2018, e per questo godibilissimo. Sembra trash, invece è un’opera raffinata. Prende un’estetica morta e sepolta (dai vestiti alle capigliature fino a mille piccoli dettagli di scenografia) e la trasporta in maniera chirurgica nel presente. Lo si direbbe un film del 1974, e invece i personaggi si scrivono su Whatsapp e trafficano al computer. Il cortocircuito che ne scaturisce è il principale merito di un film a tratti entusiasmante.

Al netto del lavoro filologico per appassionati, Rabbia Furiosa evita fieramente la facile strada dell’autoparodia post-moderna da Grindhouse italiano, e carica la sua assurda e ferocissima storia di una drammaticità coinvolgente. Ci crede fino in fondo Stivaletti: le scemenze Asylum non c’entrano nulla. Ciò si riflette sul rendimento degli attori, incredibili, concentrati e appassionati come in un film neorealista, pure in contesto da albo Bonelli. I due protagonisti su tutti, un Riccardo De Filippis immenso e un Virgilio Olivieri stupefacente sono la doppia anima di una giostra schizofrenica di dramma e follia. Ed è inutile specificare come, quando lo splatter prende finalmente piede, non ce ne sia per nessuno.

Perché non vedere Rabbia Furiosa – Er Canaro

E’ facile restare basiti di fronte a Rabbia Furiosa. Se non si ama (o non si conosce) quel mondo di polizieschi iperviolenti a base di schock e sadismo, l’estetica coatto-splatter figliata da Lenzi e Milian, il film di Stivaletti non avrà nulla da offrire se non profondo disgusto. Inoltre, quasi a spingere fino in fondo il pedale della rievocazione, Rabbia Furiosa mutua da quei film anche una sceneggiatura che dire tirata via è un eufemismo, infarcita di dialoghi forzati e frasi fatte, oltre che a una certa ingenuità fanciullesca che permea tutto il racconto (tra pozioni magiche e cani mannari).

Rabbia Furiosa – Er Canaro è tanto ingenuo e infantile  quanto brutale e drammatico insieme, in un equilibrio quasi straniante. Vive di contrasti: è un film di quarant’anni fa girato e prodotto per gli standard contemporanei, un noir-poliziesco-horror-fantasy demenziale eppure realistico e tesissimo. L’anti-Dogman che riempie di colori e violenza tutto il non detto del film di Garrone. Una goduria.

Regia: Sergio Stivaletti Con: Riccardo De Filippis, Virgilio Olivari, Romina Mondello, Rosario Petix, Romuald Klos Anno: 2018, Nazione: Italia Distribuzione: Apocalypsis Durata: 116 min

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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