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Peaky Blinders, il sapore del malto di birra artigianale scorre a fiumi nella serie Gangster della BBC

Peaky Blinders: In attesa della quinta stagione prevista per il 2019, è ormai tempo di recuperare questa bellissima serie inglese che da circa cinque anni ha segnato un nuovo caposaldo del genere Gangster.

Don’t fuck with the Peaky blinders

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La voce di Nick Cave, sensuale e inquietante, ci accompagna tra i sobborghi di Birmingham.  A suon di zoccoli di cavallo e rumore di ferro battuto, le fiamme dei forni delle acciaierie sono le uniche fonti di luce infernale che illuminano i visi delle prostitute intente a sedurre e gli ubriachi che ti sputano addosso sbraitando in Brummie (il tipico slang di Birmingham)Sembra l’inizio di Taxi Driver con cento anni d’anticipo, manca solo la voice over di Ferruccio Amendola. Solo che lì le penombre erano scandite dalle insegne dei cinema porno e dei peep show e quel protagonista guidava un taxi, mentre qui si va a cavallo (ma è lo stesso fottuto campo da gioco).

1919, un uomo in cappotto, coppola e capelli rasati ai lati, simile ad un moderno hipster, cammina incassando ossequiosi omaggi dai passanti. Occhi verdi da serpente ed eleganza felina. E’ Tommy Shelby, leader carismatico dei Peaky Blinders, banda di allibratori criminali, realmente esistita tra il 1900 ed il 1910 della cittadina nord-inglese, qui interpretato da un audace Cillian Murphy.

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Nella bisca di famiglia, lo attende suo fratello Arthur (Paul Anderson) , stesso abbigliamento ma con un paio di baffi costantemente imbevuti di whisky (chiariamoci, quello originale del nord) problema per il quale pur essendo il maggiore tra i fratelli lo rende inabile alla leadership. E’ incazzato (e non arrabbiato) perché Tommy, non si è consultato con lui prima di mettersi in affari con i Lee, la famigerata stirpe zingara che occupa le distese di prati fuori da Birmingham. Raccolto il fratellino più piccolo John, che si è appena preso uno scoppolone da sua Zia Polly perché lascia sempre la pistola incustodita in casa ( la famiglia viene sempre prima di tutto da buon crime drama) si va a chiarire con gli zingari, guidati da Johnny Dogs, col volto di un marginale ma incisivo Packy Lee col suo zinga-inglese.  Attenzione, la serie va’ rigorosamente guardata in lingua originale, sennò tutto non ha senso, dato il gran lavoro di caratterizzazione nei dialoghi. Dinnanzi ai variopinti nomadi, i tre fratelli cercano di imporsi con il loro savoir-faire criminale, ma gli zingari da parte loro contrappongono la loro strafottenza gitana, elargita in una lingua poco comprensibile e allora Tommy contrariato, parte con il primo cazzotto. Per naturale scorrere della realtà della serie, comincia la violenza, quella pura e fisica. Raccontata in tutte le sue sfaccettature, sangue, colpi, ossa rotte, testate, musica rigorosamente rock e qualcuno che urla “DON’T FUCK WITH THE PEAKY BLINDERS!” che ricorda tanto il buon Begbie di Trainspotting (Danny Boyle,1999) che sprizzava felicità quando cominciavano le vecchie e care scazzottate, tipica figura retorica dei pub inglesi, finalmente un po’ delle vecchie e sane “mazzate”.

E così si apre un mondo, quello di Peaky Blinders, firmata BBC (of course) creata per i teleschermi da Steven Knight già autore di un “certo” Locke (2014) che fece incetta di applausi a Venezia quell’anno. Gli attori che danno forma e contenuto al branco di cannibali ben vestiti, sono in primis Cillian Murphy che ipnotizza e seduce con mille punti di vista il personaggio di Tommy Shelby, incarnando un uomo caratterizzato da più animi, prima spietato poi cinico, ma anche innamorato e a volte fragile. Ma pur sempre assetato di potere. Seguono Ele McCroy (Zia Polly) Joe Cole (John Shelby) e Sophie Rundle (Ada Shelby), tutti membri sanguigni della stirpe che caratterizzano con le loro sfaccettature la trama. Inoltre ci sono guest in ogni stagione, come Sam Neil che interpreta lo spietato capo della polizia Campbell nella prima e nella seconda stagione, si aggiunge Tom Hardy nei panni di Alfie Solomons, il simpatico ebreo errante (st.2-4) ed infine Adrien Brody, il premio Oscar per “Il Pianista” nella quarta stagione si cala nei panni del villain Luca Changretta, temibile mafioso della mala newyorkese, assetato di vendetta.

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Grande punto di forza della serie è senza ombra di dubbio anche la colonna sonora, tutta in salsa rock e post rock, perfettamente sposata con il metallo arrugginito e il fuoco che compone le scenografie, vanta nomi come Radiohead, Arctic Monkeys, Queens of the stone age, Nick Cave, The White Stripes.

La serie è ottimamente curata in tutti i dettagli, si sente il sapore del malto di birra artigianale che scorre a fiumi in tutte le stagioni. In Inghilterra nei saloni regna il taglio alla Peaky Blinders, su youtube impazzano i tutorial per pettinarsi come loro ed i corsi di Brummie (l’accento di Birmingham).

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Le prime due stagioni di Peaky Blinders scorrono facilmente, con bei colpi di scena e classici intrecci narrativi, con ottime perfomance da parte degli attori. Nella terza stagione il ritmo dei cazzotti, che tanto ci rilassa, si perde un po’ e incasinandosi in una traccia di politica internazionale bolscevica mista d’amore e massonerie misteriose, annoia un po’. Tralasciando anche qualche personaggio interessante della seconda stagione che viene abbandonato senza dignità, come il criminale italo-inglese Derby Sabini, interpretato dal grande Noah Taylor. Gli amanti del genere gangster, per quanto ci possano girare intorno (cosa giusta) vogliono le cicatrici sugli occhi dei villain, le scazzottate a suon di birra e le ambizioni folli dei protagonisti. Poi nella quarta stagione si ritorna nelle calde braccia del genere, con un villain arrivato direttamente dalla mafia di new york, “padrinicamente” interpretato da Adrien Brody, che marca il cartellino ed esce di scena a fine stagione. Finalmente si ritorna ai ritmi delle prime due, con il fascino dei cavalieri erranti in primo piano, fermo restando il finale che si risolve con un deus ex machina abbastanza discutibile. Ma tralasciabile per la bellezza di tutta la stagione.

Ora non bisogna che aspettare il ritorno per il 2019, che sia intrepido come le promesse dell’ultima stagione o che si accartocci su se stesso, lo scopriremo solo vedendo.

Sicuramente una serie non adatta a tutti, per i contenuti abbastanza violenti, ma non ci sono dubbi che ha le porte spalancate nel cuore di chi la mattina si sveglia e sente la vocina di Henry Hill di Goodfellas (M.Scorsese 1990) che ripete come un mantra:

“As far back as I can remember, I’ve always wanted to be a gangster”

About Luca Esposito

Luca Esposito
Cinefilo per passione, videoproducer per necessità. Da circa dieci anni nel mondo della produzione audiovisiva, diventato riferimento nel campo dei video di moda in campania, da poco si affaccia al mercato milanese. Come Bruce Wayne vive una doppia vita, di giorno è un direttore creativo di stampo britannico. Dopo il tramonto, sneakers, felpa e cappuccio e si va a rivendicare il buon cinema per le strade. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le sale una volta per sempre. E' quello che urla "silenzio" negli spettacoli per bambini delle 15.30.

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