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Hotel Gagarin, recensione del film di Simone Spada, con Claudio Amendola e Luca Argentero

Alla sua opera seconda, Simone Spada raduna per Hotel Gagarin un cast d’eccezione: Claudio Amendola, Luca Argentero e Guseppe Battiston

Film bizzarro, ricca di potenzialità quanto di inspiegabile pigrizia, Hotel Gagarin è l’opera seconda del torinese Simone Spada. E’ un film importante, e si vede: c’è il budget, ci sono le location, c’è il lavoro di ricerca e c’è il cast, enorme. Almeno tre divi e altrettanti apprezzatissimi nomi popolano il comparto attori del film, facendo intravedere le intenzioni di un progetto grande, forse persino con qualche ambizione a livello di premi. Purtroppo, il risultato è inferiore alla somma dei suoi elementi.

In Hotel Gagarin, in maniera non dissimile dal superiore Si Muore Tutti Democristiani, ci sono dei fondi pubblici e un film da girare per accaparrarseli. Con intenti dichiaratamente truffaldini, Franco (Tommaso Ragno) e Valeria (Barbora Bobulova) radunano una troupe di scappati di casa (l’elettricista Amendola, il fotografo spacciatore Argentero, l’attrice-prostituta Silvia D’Amico) e convincono l’ingenuo aspirante regista Nicola (Giuseppe Battiston) a partire per l’ex Urss. Il piano è sbloccare i fondi, prendere i soldi e lasciare il gruppo di spiantati tra la neve. Ma eventi più grandi di loro si mettono in mezzo, e una volta arrivata la banda finirà bloccata nell’Hotel Gagarin del titolo, impossibilitata ad uscire e tornare a casa. Isolati in mezzo alla neve, tra i pittoreschi contadini locali e somari kusturicani, finiranno per riconsiderare le loro vite.

Cosa funziona in Hotel Gagarin

Hotel Gagarin inizia come un film, e chiuso il primo atto diventa un altro. Lo scarto di tono, di stile e di intenti è talmente netto da lasciare basiti. Quale sarà stato il piano di Spada in sceneggiatura? Eppure il film parte alla grande. Hotel Gagarin sembra in avvio una furba commistione di due dei punti di riferimento della commedia italiana contemporanea: un pizzico di Boris (una troupe scalcinata e non professionale) e un impianto da Smetto Quando Voglio (la composizione di una banda di precari votati ad una disperata impresa illegale). L’approccio, meno cattivo ma comunque valido, è quello: ironia amara, sottile denuncia del cialtronismo italiano, presentazione di personaggi buffi ma tragicamente familiari. C’è lo stile, ci sono le idee, di regia come di narrazione. Ci si prepara ad un road movie amaro e tragicomico sulla scia di tanti grandi esempi passati. Arrivati al famigerato Hotel armeno, inizia un altro film.

Perché non guardare Hotel Gagarin

La cura così estrema delle premesse rende ancora più difficile accettare la svolta che Hotel Gagarin prende per il resto del film. Banalmente, ad avere il sopravvento è la più stucchevole, prevedibile e melensa parabola di redenzione personale che ci si possa aspettare. Sprofondato in un mare di macchiette e stereotipi sulla popolazione locale (teneri e buffi paesani con i baffoni, sempre ubriachi, sorridenti e con musichette simil-Bregovic ad accompagnare), Hotel Gagarin sceglie di fare la morale ai suoi personaggi, lasciarli conquistare dal contesto esotico e diventare il remake brutto di Mediterraneo, con la neve dell’est al posto del mare.


Improvvisamente, i disperati precari di Hotel Gagarin diventano dei patetici falliti da guardare dall’alto in basso (evidentemente, non tutti fanno i registi o produttori cinematografici al mondo), ai quali la purezza del luogo restituirà la gioia di vivere e del credere nei propri sogni. Attraverso un espediente raggelante (la scoperta che la popolazione del posto culla il fanciullesco sogno del Cinema), si darà ad ognuno il modo di riscoprire il proprio lato “buono”: la donna fredda e distaccata non sarà più tale, la prostituta smetterà di essere prostituta, chi si fa le canne smetterà di farsi le canne. Nel finale collassa ogni parvenza di creatività, e il modello di Salvatores viene replicato scena per scena e addirittura dialogo per dialogo (confrontare la celebre sequenza di Antonio Catania). Arrivati al termine, il film che si è visto non somiglia più a quello che era iniziato novanta minuti prima.

Hotel Gagarin è un film curato, studiato e prodotto con cura. Si avverte il grande impegno come il dispiegamento di mezzi. Ed è forse per questo che il risultato finale lascia delusi: perché a fronte di quanto messo in gioco, ciò che ne esce è un film già fatto mille volte, e sempre mille volte meglio.

Regia: Simone Spada Con: Giuseppe Battiston, Claudio Amendola, Luca Argentero, Barbora Bobulova, Silvia D’Amico, Caterina Shulha Anno: 2018 Nazione: Italia Durata: 90 Distribuzione: Altre Storie

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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