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Foxtrot -La Danza Del Destino: a nove anni da Lebanon, l’attesa opera seconda di Samuel Maoz

Accolto da reazioni contrastanti ma premiato con il Leone d’Argento alla Regia a Venezia, vede le sale in distribuzione limitata Foxtrot – La Danza Del Destino. Presentato da Academy Two.

Foxtrot – La Danza Del Destino è il secondo film in in carriera per l’israeliano Samuel Maoz, otto anni dopo Lebanon del 2009. Beniamino delle platee europee, Maoz aveva esordito con un Leone d’Oro a Venezia con il suo primo lavoro, e con questo Foxtrot allarga la propria bacheca con il bilancio entusiasmante di un Leone d’Argento e una Nomination agli scorsi Oscar. Se ci si limita a guardare una sorta di media-premi, l’autore di Tel Aviv può considerarsi come uno dei grandi registi contemporanei: due film in una vita (Maoz ha 58 anni), entrambi osannati a livello internazionale, è venerato in Europa, dove ricopre stabilmente ruoli da giurato nei maggiori festival, e da quest’anno accolto trionfalmente in America. In realtà, con Foxtrot il passo indietro rispetto a Lebanon è piuttosto sconfortante.

Strutturato in tre movimenti, con una parte centrale attorno a cui ruotano un prologo e un epilogo, l’idea alla base di Foxtrot è quella solita della rappresentazione intellettualistica del dolore e dell’assurdità dell’esistenza (questa volta in un metafisico quanto generico contesto di guerra), attraverso le piccole manifestazioni quotidiane di sofferenza dei personaggi. In avvio, alla coppia di alto-borghesi israeliani Michael (Lior Ashkenazi) e Dafna Feldman (Sarah Adler) viene erroneamente annunciata la morte del figlio Jonathan, soldato, al confine palestinese. Nell’episodio centrale, assistiamo alle mansioni dello stesso Joanthan (Yonaton Shiray) e dei suoi tre compagni, impegnati a perquisire i rarissimi passanti al posto di blocco: una sbarra e due cabine di latta in mezzo al nulla. Nell’epilogo, ambientato sei mesi dopo, un evento che è bene non rivelare costringe Michael e Dafna ad affrontare l’assurdità della vita e l’ineluttabilità della morte.

Perché vedere Foxtrot – La Danza Del Destino

Dei tre segmenti che compongono Foxtrot – La Danza Del Destino, quello di mezzo (che saggiamente va ad occupare la maggior parte del minutaggio) è quello più affascinante. Sebbene già visto in decine di altri film e opere narrative (tutto Foxtrot è praticamente un collage di scene e immagini prese altrove: citazione o plagio, l’eterno dilemma), il gruppo di soldatini dimenticati in mezzo al deserto, in attesa di ordini o di novità di qualunque tipo, è ormai un’idea “usato sicuro” che non perde di smalto. In più, il personaggio di Jonathan è quello più interessante, sospeso suo malgrado in un mondo irreale che sembra aver perso di senso e animato da un rapporto conflittuale con il padre lontano. Nella dimensione onirica del deserto Maoz trova (copia) le sue immagini migliori, tra animali silenziosi che transitano, musica pop, apparizioni surreali, e una interessantissima sequenza animata. Nei quaranta minuti al posto di blocco palestinese, si intravede cosa Maoz avrebbe voluto fare di Foxtrot.

Cosa non funziona in Foxtrot – La Danza Del Destino

Il Foxtrot, ci viene spiegato dopo appena mezzora di film, è un ballo composto da quattro passi, che partono in una direzione per poi ritornare sempre al punto iniziale. Una metafora non sofisticatissima, nonché una dichiarazione d’intenti: qualunque cosa facciano i protagonisti, non possono sfuggire alla vacuità della loro vita e al destino che li attende. Illustrato apertamente proprio da Jonathan, è il manifesto poetico del film (Maoz ritiene necessario spiegare ripetutamente la metafora tramite i personaggi, come se il ben poco sottile senso dell’opera non si riuscisse a cogliere dalle semplici inquadrature). Al di là di questo vago nichilismo che anima i suoi bozzetti, in Foxtrot non c’è altro.

Foxtrot – La Danza Del Destino è un film che abbiamo visto cento volte. E’ tanto banale e superficiale da un punto di vista teorico (eppure, vista la natura intellettuale del suo autore e del suo pubblico di riferimento, la “teoria” del film dovrebbe essere la cosa più importante), quanto scolastico e derivativo nella sua messa in scena. I silenzi, le inquadrature fisse, gli interni borghesi grigi e deprimenti, gli attori che cercano di esprimere dolore con una faccia triste immobile per novanta minuti (tremendo, insopportabile Ashkenazi; ma del resto non ha un personaggio da interpretare). E ovviamente i momenti shock, in cui la disperazione esplode o qualcosa di tragico accade all’improvviso. Siparietti che lo spettatore abituato a queste pellicole (ce ne sono sempre di più) prevede con un quarto d’ora di anticipo. Il cinema del dolore più pigro e sterile che ci sia, commerciale quanto un blockbuster americano. Con l’aggravante, non da poco, della presunzione: nei ralenti ridondanti, nei grandi monologhi esplicativi.

Attesa e deludente opera seconda di un autore già poco prolifico, Foxtrot non lascia traccia di sé in nessun ambito: non nella scrittura, non nei personaggi, non certo nella regia. Operazione svogliata e dimenticabile, non ha comunque mancato di radunare premi su scala internazionale. Per ciò a cui puntava, è la sua vittoria.

Regia: Samuel Maoz Con: Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonaton Shiray Anno: 2018 Durata: 113 min Paese: Israele, Germania, Francia Distribuzione: Academy Two

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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