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Dunkirk, l’altro volto della guerra di Nolan

Ebbene, a mesi di distanza dalla sua uscita, voglio parlarvi di Dunkirk di Christopher Nolan.

Vincitore di tre premi Oscar, sulla bellezza di otto candidature, fra cui Miglior Film e Miglior Regia, in patria ha riscosso un clamore critico straordinario, e tutti i critici unanimemente l’hanno definito un capolavoro, osannando l’eccelso lavoro di Nolan e asserendo in tutta certezza che è il suo film più maturo, insomma, un film universalmente acclamato.

Ma a me non è piaciuto, affatto. E non perché io voglia dilettarmi a far il bastian contrario o perché, per puro gesto da iconoclasta ante litteram, a posteriori voglia decretarne il suo fallimento per sollevare la curiosità dei lettori, per irritarli o per attirare visualizzazioni al mio scritto. Semplicemente perché, al di là della solita tecnica sopraffina, campo d’azione nel quale Nolan è comunque maestro assoluto, ancora una volta Dunkirk è l’ennesimo tassello algido della sua filmografia emotivamente fredda e poco rispettosa nei confronti dello spettatore stesso, sballottato in questo tripudio di riprese aeree e subacquee, di esplosioni chirurgiche e frastornato dall’incessante musica invasiva, onnipresente e tetrissima, insopportabile e pedantemente tonitruante di Hans Zimmer.

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Nolan ancora una volta porta a casa il film e anche gli incassi stratosferici ma, dal punto di vista prettamente autoriale, la sua poetica annacqua e affoga dinanzi alle sue mastodontiche ambizioni mai ponderosamente calibrate, eccessive, e l’ipertrofia sua visiva cola a picco perché nuovamente costruita a tavolino, la sua estetica attinge a quella dei videogame, enfatizzando la spettacolarità più retorica a danno della filodrammatica autenticità, del vero, sentito pathos, e fra scene maestre e momenti che centrano il bersaglio il film però si scompatta in digressioni insincere, e perde quota, mal supportato da personaggi verso i quali non scatta mai empatia, personaggi-manichini privi di spessore, fra un Branagh insipido che scialbamente appare per dare un’aura tragicamente shakespeariana alla narrazione, un Mark Rylance diligente usato a mo’ di Caronte il traghettatore e la cui consistenza psicologica è allucinatamente insulsa, e un Tom Hardy che suona la carica, rimanendo perennemente coperto da una “maschera” che tanto lo fa assomigliare al suo Bane di The Dark Knight Rises. Tre figurine che dovrebbero scandire i punti cardinali di tre momenti temporali speculari e convergenti, topici e centrali ma la cui pallidezza carismatica assume toni di titanica ridicolaggine. E il personaggio focale della storia, o che almeno dovrebbe esserlo, il soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead), colui che campeggia nella locandina del Blu-ray, è gelidamente un altro personaggio senz’anima. Non che Nolan non gliela voglia infondere e forgiarlo, ritrarlo come puro in mezzo a una carneficina lupesca, ma non sa tratteggiarlo a tutto tondo, consegnandogli una chiosa finale, pomposa e declamatoria, che lo disumanizza del tutto nel far sì che assurga a scolastico oratore di Churchill. Insomma, commette un’esecrabilità, imbarbarisce la sua giovinezza, ammorbandola nel nobilitarla a principesca quanto irrisoria incarnazione di ogni ideale pacifista e al contempo guerrafondaio. Sì, quelle parole sono tremendamente ambigue e fasulle.

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Ma come? Per un’ora e mezza hai cercato di rappresentare l’orrore della guerra, Nolan, e poi ti congedi con questo messaggio bellamente, bellicosamente militarista? Con sullo sfondo Tom Hardy, adesso inquadrato a figura intera e con un primissimo piano del viso smascherato, a personificazione della resistenza patriottica che combatterà con coraggio, nonostante le fiamme e i litri di sangue? Monumentale agnizione non dello stoicismo né statuaria raffigurazione della resistenza, ma simbolizzazione stessa della ridondanza enfatica di Nolan. E non è un buon segno quando un film dura solo un’ora e tre quarti circa, e dopo venti minuti cronometri il tempo che manca alla fine, perché le scene non riescono mai davvero ad appassionarti e monotone vengon cadenzate da una fotografia tanto nitidamente impeccabile e pulita, acquosa e plumbea di Hoyte Van Hoytema (altre volte invece efficacissimo, come ne La Talpa), quanto opacamente noiosa. Un Cinema, quello di Nolan, come le immagini del suo Dunkirk, formalmente ineccepibili ma prive di bagliori poetici, di viscerali prospettive immaginifiche. Un Cinema robotico. Un Cinema elegantemente dark e fotogenico a sé stesso, come il vestito sempre ben abbottonato di Kenneth Branagh. Ma vuoto.

About Stefano Falotico

Stefano Falotico
Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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