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Colette, il film con Keira Knightley e Dominic West dedicato all’iconica scrittrice

Diretto da Wash Westmoreland, Colette racconta i primi anni della storica autrice francese. Con Keira Knightley e Dominic West protagonisti

Siamo alla vigilia della stagione dei premi e delle feste natalizie, e l’uscita di Colette è tattica. Al gran ballo della Quarta Ondata del Femminismo al cinema c’è posto per tutti, e battere il ferro per vendere biglietti non è peccato. Il film è britannico (dunque elegante e di gran classe), diretto da Wash Westmoreland, ex enfant prodige del New Queer Cinema da tempo reinventatosi mestierante per film educativi con star. Dedicato ad un’icona pescata ad hoc per questo 2018, adeguatamente “ripulita” per essere trasformata in eroina di anacronistiche battaglie sociali, il film ne racconta gli esordi da scrittrice donna con occhio sul rapporto con il marito. Tutto molto facile, ma grazioso e paradossalmente valorizzato dalle sue sbavature più problematiche.

Doverosa premessa: la Colette di Westmoreland non ha nulla di Sidoine-Gabrielle Colette. In questo genere di pellicole, il trucco consiste nel prendere personaggi reali del passato e “aggiustarli” su una sensibilità moderna, smussandone gli angoli più ambigui e facendone un comodo santino da grande incasso. La vera Colette era, come spesso capita, una contraddizione vivente: ragazza di campagna ma ricca di famiglia, sessualmente libera ma ultra-borghese e fortemente reazionaria (mai, neanche durante la guerra, prese posizioni politiche), fieramente bisessuale ma collezionista di mariti ricchi. Figlia dell’aristocrazia francese della Belle Epoque (leggi, classista e conservatrice), difficilmente si sarebbe identificata in icona della gender theory. Ma sono dettagli.

La Colette di Keira Knightley deve essere prima di tutto vendibile.  Dunque: animo dolce e ingenuo, viene sedotta e sposata dal mellifluo libertino Henry “Willy” Gauthiers-Villars (Dominic West), editore parigino. Il marito la incoraggerà ad accettare la propria natura omosessuale, introducendola alle relazioni aperte dell’emancipata capitale. Ma le difficoltà economiche premono. Una volta scoperto il dono letterario della moglie, Willy spingerà Colette a pubblicare sotto il proprio nome: perché anche nell’aperta Parigi, una scrittrice donna non può vendere. Il patto reggerà per qualche anno: al successo crescente dei romanzi scritti da Colette, e al sempre più ingestibile libertinismo di Willy, la ragazza dovrà affrontare la propria gabbia dorata. L’incontro con la nobildonna lesbica Missy De Morny (Denise Gough) spingerà Colette alla drastica decisione: per vivere liberamente la sua nuova carriera di scrittrice sarà necessario uccidere metaforicamente il maschio, e abbracciare una nuova, vera indipendenza.

Cosa funziona in Colette

Rispetto ad altri lavori di riferimento, Colette è ambiguo. Per essere un film sulla rivincita di un nuovo mondo femminile contro un universo maschile cialtrone e predatorio, il film di Westmoreland non nasconde una certa problematicità. La scelta di Colette è affrontata come difficile, dolorosa: il “villain” di West è simpatico, non malvagio. Westmoreland, coraggiosamente, non nasconde l’importanza di Willy nel fare di sua moglie Colette: è lui, disinibito e libertino, che ne incoraggia la bisessualità, che le insegna a scrivere, e la introduce nel mondo dell’alta borghesia parigina. Emblematico come la parte migliore del film sia la descrizione della relazione aperta tra i due, all’apice del successo economico e sessuale (impensabile in un’equivalente produzione USA, e che è sicuramente costata qualcosa al film in termini di rating e incassi). Quando la coppia “tossica” si sfalda, invece che applaudire quasi ci si dispiace. E se è bravissima Keira, che ormai indossa la maschera di campagnola ottocentesca con voglia di emancipazione con la stessa naturalezza con cui Maurizio Merli indossava quella dello sbirro violento, West è semplicemente un mostro. E il suo tragico personaggio, impossibile da disprezzare, nell’ottica del film diventa quasi ingombrante.

Perché non guardare Colette

La complessità del rapporto aiuta a colorare Colette di nuove implicazioni, ma non basta a coprire l’inevitabile odore di plastica che un’operazione del genere si porta dietro. Colette è un chick flick, tanto quanto La Rivincita delle Bionde o Il Diavolo Veste Prada: né film storico né film impegnato, ma prodotto concepito in vitro per soddisfare un pubblico fidelizzato a colpo sicuro. Con il suo carico di riferimenti al presente centrati al millimetro (persino la terminologia usata è quella degli hashtag del MeToo), con la sua protagonista riarrangiata nell’ennesima giovane donna emancipata in un mondo bigotto (con appena il 20% di erotismo in più rispetto ad un corrispettivo a caso con Anne Hathaway), la vera natura di Colette è il crowd pleaser acchiappa premi. Emblematicamente, il finale suggerisce un happly ever after che non ci fu mai: Colette e Missy si separarono poco dopo la vicenda; la prima visse il resto della sua acclamatissima vita da eterosessuale ricca, e la seconda si suicidò caduta in miseria. Ovviamente, a Westmoreland questo non pare necessario specificarlo. C’è un’agiografia da mettere insieme, e i personaggi complessi non vanno ai Golden Globe.

C’è la sensazione che il cuore di Colette batta dalla parte sbagliata. Vorrebbe essere un veicolo di indignazione femminile sulla falsariga di Big Eyes (ma meglio), e senza volerlo si riscopre A Star Is Born (ma peggio): una love story, molto etero, sull’effimeratezza della fama e e il prezzo del successo. Colette è bello quando non vorrebbe esserlo, rende antipatici i personaggi sbagliati e adorabili quelli che andrebbero disprezzati. E proprio grazie a questa (involontaria?) complessità, diventa un film migliore di quanto avrebbe dovuto essere.

Colette sarà al cinema dal 6 dicembre con Vision Distribution

Regia: Wash Westmoreland Con: Keira Knightley, Dominic West, Denise Gough, Fiona Shaw, Eleneanor Tomlinson Anno: 2018 Nazione: USA, Gran Bretagna, Ungheria Distribuzione: Vision Distribution Durata: 111 min

About Saverio Felici

Romano, classe 1993. Giornalista, inviato e addetto stampa. Collabora in giro da anni, scrivendo malissimo di un sacco di cose.

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