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Un Re allo Sbando – Abbiamo incontrato la regista Jessica Woodworth

Mercoledì 1 Febbraio, Jessica Woodworth ha presentato a Roma il suo ultimo film Un Re allo sbando – King of the Belgians diretto in coppia con Peter Brosens; entrambi sono reduci dal successo che la commedia ha riscosso alla 73esima edizione del Festival di Venezia e in patria, pronti per accogliere l’uscita italiana grazie a Officine UBU in 40 copie sia in versione originale con sottotitoli che doppiata.

Jessica-Woodworth-intervista-Roma

Nella cornice della Casa del Cinema, la Woodworth ha risposto alle domande della stampa.

Com’è stato accolto il film in Belgio?

«Il film è uscito il 30 novembre nelle Fiandre e poi, tre settimane dopo, nella Vallonia, riscuotendo un discreto successo da entrambe le parti»

La tradizione cinematografica belga è molto più severa, e ci ha abituato da sempre a titoli più drammatici e “scuri”; ora però, grazie ad un film come questo e a una commedia come Dio esiste e vive a Bruxelles, ne stiamo scoprendo il lato più divertente e leggero

«In base ai nostri film precedenti – Khadak, Altiplano e La Quinta Stagione – The Fifth Season – abbiamo realizzato che tragedia e commedia sono, in realtà, due facce della stessa medaglia. L’idea per il film e nata nel 2011 mentre stavamo lavorando su altri progetti, proprio quando il Belgio per 589 giorni non ha avuto un governo: tutto funzionava lo stesso molto bene, ma la crisi ci aveva spinto a creare qualcosa. Poi arrivò il vulcano islandese Eyjafjallajökul con la sua inaspettata e prodigiosa eruzione, che costrinse il presidente dell’Estonia a restare bloccato ad Istanbul, e solo dopo aver visto delle foto di questo presidente che attraversava i Balcani con un vecchio pullman, senza seguire il protocollo, c’è venuta una piccola grande idea: perché non facciamo che sia il re del Belgio ad essere forzato a compiere un viaggio, nell’anonimato, senza comunicazioni attraverso l’infinita complessità dei Balcani, partendo da Istanbul, che non è altro che la periferia d’Europa? In queste scelte c’era una forza simbolica immensa. Ci piaceva un viaggio vintage dove i concetti di spazio/tempo avessero una percezione totalmente diversa.»

Un-Re-allo-Sbando-recensione-film-copertina

Gli attori sono dei non professionisti (a parte coloro coinvolti nei ruoli principali)? E come avete trovato un equilibrio?

«Abbiamo detto agli attori che non stavamo facendo una commedia bensì un mockumentary, quindi bisognava calarsi con credibilità e trovare un equilibrio. Il rischio, una volta incontrati così tanti stereotipi lungo il nostro percorso, era quello di incapparci; ma abbiamo evitato di fare un’antologia di elementi, una sorta di allegoria politica: la nostra chiave era quella di rimanere sempre molto vicini alla figura del Re, viaggiando attraverso gli occhi di Duncan Lloyd (il regista che lo segue nel viaggio). Potevamo inoltrarci in territori oscuri parlando di profughi e guerre nei Balcani, ma abbiamo cercato di trovare un equilibrio soprattutto attraverso il montaggio, proprio mentre l’Europa stava mutando sotto i nostri occhi. Cercavamo di rivelare delle cose ma di non svelare in nessun modo il lato nascosto di nessuna di queste: la chiave era restare concentrati sul Re. Un’altra difficoltà l’abbiamo incontrata nel finanziare il film: abbiamo iniziato con il fondo fiammingo che pero ci ha “bypassato” dicendo che non avremmo mai potuto far ridere la gente, mentre invece a Venezia c’è stata una grande sorpresa. Molti attori sono non dei professionisti: in Bulgaria, in Serbia e Montenegro, incontravamo persone divertenti che si prestavano alla “nostra causa”; tutto quello che viene detto in certi momenti è vero, non segue una scrittura, siamo rimasti aperti alla realtà. La realtà, appunto, ci ha dato tanti regali lungo il percorso: abbiamo girato cronologicamente in 20 giorni, restando 2 giorni ad Istanbul e poi trasferendoci in Bulgaria. Molte scene sono improvvisate, e ho scelto di non consegnare i dialoghi agli attori fino all’ultimo momento, così si sono abituati ad accettarli in extremis e hanno vissuto un’esperienza trovando il tempo giusto per sviluppare i personaggi e la sintonia tra di loro, cercando i comportamenti, improvvisando sui caratteri e perfino lavorando sul protocollo, personaggio invisibile che non si vede mai ma che aleggia fin dall’inizio del film. Abbiamo cercato di lavorare sulle voci e la sinergia, perfino sulla lingua, perché in certi momenti si usa una lingua e in altri un’altra, riflettendo la stessa complessità linguistica che riflette – a sua volta – la complessa struttura del Belgio dominato da tre lingue.»

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Il viaggio del Re Nicolas III si sarebbe dovuto concludere in Italia: perché alla fine avete escluso questa opzione?

«L’Italia non entra mai nella storia: la vicenda si conclude in Albania ma non è detto che il Re non sia scappato di nuovo, e magari stavolta proprio in Italia. Visto che stiamo scrivendo il seguito della commedia ma né come viaggio né come finto documentario, stavamo pensando di girarlo sull’isola di Tito in Croazia, e forse i protagonisti potrebbero finire in Italia, chissà. Questa volta stiamo usando un umorismo molto più feroce e mordace, parlando dell’estrema destra in modo forte, visto che viviamo in un’epoca di dittature e la nostra arma principale qual è, se non la commedia unita alla satira?»

Il rimando alla censura con riferimento alla stampa è voluto oppure no?

«In Belgio c’è molta libertà e non c’è autocensura, la situazione è diversa rispetto a prima: oggi i giornalisti devono reinventarsi, c’è molta più libertà. Pero l’immagine della famiglia reale è controllata, non può esprimersi liberamente con la gente perché tutto è controllato. L’immagine del re e del pase va rinfrescata, soprattutto quella legata ad un paese come il nostro dal quale nessuno si aspetta che possa accadere qualcosa. Per quanto riguarda il codice etico del giornalismo, la vera domanda è: quando provocare, e come? E il montaggio, che taglio dare? Come la domanda rivolta nel film: la camera ci dà il diritto di entrare nella vita degli altri? L’integrità dimostrata del documentarista Lloyd dà fiducia al Re e lo spinge ad appoggiarlo.»

Il film è una grande metafora: un Re allo sbando, come il Belgio, l’Europa o gli Stati Uniti. Siete rimasti spiazzati da questa uscita profetica? Siccome la vostra formazione è incentrata soprattutto sul documentario, vi state orientando piuttosto sulle commedia per ricavare il maggior numero di spettatori?

«Ogni volta pensiamo che il nostro film sia l’ultimo. Che non ne arrivino altri: fare un film è sacro, un privilegio per via delle innumerevoli difficolta. Ogni film e fatto con l’idea di raggiugere il pubblico. Non abbiamo scelto noi di avere una piccolissima distribuzione dei nostri film drammatici e la scelta è ricaduta sulla commedia anche se non nasce da questo discorso: noi facciamo film con fondi pubblici per il pubblico. Oggi la gente preferisce vedere i film a casa, ma la tradizione non si è esaurita. Per quanto riguarda il discorso politico, oggi non solo l’Europa ma tutto il mondo è allo sbando: stiamo vivendo un periodo triste per il nostro paese, soprattutto dopo gli attentati terroristici. Non dobbiamo lasciare che la paura e l’odio marchino i nostri giovani: andiamo avanti con le cicatrici, ma pur sempre andiamo avanti. Dobbiamo recuperare un dialogo proprio con i giovani per evitare una nuova crisi mondiale, bisogna scongiurarla, e allontanare i vari pericoli. Per quanto riguarda, invece, il nostro punto di vista da registi e da abitanti del Belgio, noi non siamo certo contro la monarchia belga, perché è qualcosa che unisce (nel caso del nostro paese) pur costando molto al paese; c’è molta distanza e poca comunicazione, ma il Belgio ha bisogno di questa figura che è un collante, perché il calcio e la birra sicuramente non bastano. Siamo uniti da tutto quello che non siamo (non siamo francesi, non siamo tedeschi ma nemmeno olandesi). E una cosa un po’ vecchia, ma la gente ama tutto questo: abbiamo bisogno di eroi, di un Re che ci possa ispirare visto che oggi manca una figura simile. Bruxelles, in fondo, è una sorta di isola nelle fiandre.»

Leggi la recensione del Film

About Ludovica Ottaviani

Ludovica Ottaviani
Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Classe 1991, da più di una decina d’anni si diverte a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Si infiltra nel mondo della stampa online nel 2011, cominciando a fare ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Tom Hiddleston, Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.

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