Home / TV / Serie TV / L’insostenibile voglia di Giappone nascosta nel catalogo Netflix – La scoperta J-Drama

L’insostenibile voglia di Giappone nascosta nel catalogo Netflix – La scoperta J-Drama

Dal diario di una teledipendente: la mia esperienza con i J-Drama in catalogo su Netflix. Quando qualcosa che trovavi insopportabile diventa una sorpresa inimmaginabile. Come iniziare una nuova dipendenza senza riuscire a spiegarsi il perché.

C’era qualcosa che mancava alla mia esperienza di teledipendente. I J-Drama. Qualcosa che avevo sempre snobbato senza sapere cosa mi perdevo. Eppure da me non ce lo si sarebbe mai aspettato. In effetti ai tempi dell’università ne avevo sentito parlare molto entusiasticamente dai compagni di corso, ma io, stoica, mi sono sempre rifiutata se non con l’eccezione di Densha Otoko ma solo perché era in programma di un corso di studi.

Poi, tantissimi anni dopo, è arrivato Netflix, che oltre ad ampliare la mia possibilità di scelta, ha aggiunto a queste possibilità anche quello che io ho sempre scartato a priori. In uno dei miei tanti attacchi di saudade per il Giappone, alla ricerca di qualcosa che mi facesse ricordare l’amatissimo Sol Levante e sentirlo qui a casa nostra, ho deciso di dare una possibilità ai J-Drama.

La mia prima scelta è ricaduta su Atelier, prodotta nel 2015 da Fuji Television per Netflix. Mayuko Tokita (Mirei Kiretani) è una giovane donna appena uscita dall’università, una fanatica di fibre tessili, che trova lavoro nell’atelier di lingerie Emotions, di Ginza. Le vicende di Atelier ruotano tutte intorno alla battaglia di Mayuko per entrare di diritto nello staff del’atelier e trovare il suo posto nel mondo, e la sua relazione con la proprietaria e creatrice Mayumi Nanjo (Daichi Nao), una Anna Wintour con gli occhi a mandorla. All’inizio la devozione della protagonista è tutta rivolta ai tessuti, sottolineata dai suoi soliloqui, ma poi il suo interesse si espande al design della lingerie. All’entusiasmo di Mayuko si contrappone la granitica Mayumi, che lotta tra la sua idea di atelier e di moda e l’adeguamento ai tempi correnti.

j-drama-netflix-scoperta-Atelier

Cosa succede al di fuori di Emotions? Non lo sapremo mai: tutto il drama (ad eccezione di qualche episodio) è basato all’interno del negozio di lingerie e niente altro conta. Nemmeno la storia d’amore che sembra nascere tra Mayuko e un altro stagista di Emotions. L’unica cosa che importa è Emotions e le sue clienti. A dispetto del tema lingerie, non c’è nulla in Atelier che riconduca al desiderio, alla sensualità. Le clienti di Emotion non comprano la lingerie per diventare più seducenti agli occhi degli uomini, ma per sentirsi più sicure di sé. A prima vista potrebbe sembrare un paradosso ma questo distacco tra lingerie e sesso risulta molto naturale: probabilmente le ragioni di ciò possono essere ritrovate nella realtà giapponese. Un po’ perché quello della sessualità è un mondo intimo, destinato alle mura domestiche, un po’ perché la società è rigidamente divisa in ruoli di genere, e piuttosto che scontrarcisi, si fa prima a far finta di niente. In più i tempi stanno cambiando, e anche gli uomini e le donne giapponesi stanno iniziando a scegliere uno stile di vita differente dalla tradizione: basta con costosi appuntamenti per un corteggiamento programmato, basta donne la cui unica aspirazione è una storia romantica che volgerà al matrimonio e alla vita da moglie e madre devota.

j-drama-netflix-scoperta-Midnight-Diner-Tokyo-Stories

Dopo Atelier, ho scelto una nuova uscita: Shinya Shokudō, Midnight Diner: Tokyo Stories, basato sul manga di Yaro Abe. Una serie che pur nella sua semplicità è una gemma rara: in un’anonima stradina che potrebbe trovarsi a Shinjuko, Tokyo, c’è una bettola senza pretese che apre da mezzanotte alle 7 di mattina, per tutti quelli che di notte cercano un luogo familiare dove mangiare. Lo chef, il taciturno “Master” (Kobayashi Kaoru), prepara per i suoi clienti nottambuli qualsiasi piatto essi vogliano a patto che abbia in cucina gli ingredienti giusti. Ogni piatto è legato ad una persona e ad una storia. La piccola tavola calda diventa un luogo in cui le persone si raccolgono di fronte ad un piatto e parlano di sé, delle loro storie e dei loro destini. La cucina è il collante degli episodi (le ricette le ritrovate spiegate divinamente su http://www.justonecookbook.com ) da 20 minuti ciascuno e il cibo non è quello patinato a cui ci siamo abituati, ma pietanze semplici, familiari, autentiche, che sa di casa, di ricordi. L’effetto voragine aperta nello stomaco è assicurata.

Lasciando ogni pretesa intellettuale, sono andata oltre. C’erano pronte ad attendermi nel fantastico mondo dei J-DramaGood Morning Call ed Itazurana Kiss.

j-drama-netflix-scoperta-Good_Morning_Call

Good Morning Call, live action tratto dal manga omonimo di Yue Takasuka, coprodotto da Fuji Television e Netflix è il classico drama a tema romantico. Yoshikawa Nao (Fukuhara Haruka) e Uehara Usashi (Shiraishi Shunya) si ritrovano a condividere casa oltre che la vita scolastica. Lui un brillante studente, dal carattere ombroso e scontroso, lei tutto il contrario. Se si cerca una commedia leggera,del genere scolastico/adolescenziale, carica di cliché, abituandosi alla recitazione carica di movenze e situazioni da manga (fumetto giapponese), Good Morning Call è un buon punto di partenza.

Diventata una prova di resistenza e in preda ad una regressione acuta, non potevo non vedere Itazurana Kiss 1 e 2 (Un bacio malizioso), tratto dal manga di Kaoru Tada autrice di Kiss Me Licia, che per noi anzianotti è il primo live action de noantri (Cristina D’Avena e le sue fettine panate rimarranno nel mio cuore per sempre insieme alle polpette di zio Marrabbio). Itazurana Kiss al contrario, è stato il più grande successo, purtroppo incompiuto, della mangaka in Giappone. Quella su Netflix, è solo l’ultima versione in trasposizione televisiva uscita nel tempo: Itazurana Kiss è infatti uscita in live action già nel 1996 in Giappone, a cui sono seguite una versione taiwanese nel 2005 e il suo sequel nel 2007, e la versione coreana del 2010. E se vogliamo essere ancora più puntigliosi, ne sono stati tratti, oltre all’anime, anche tre film Itazura na Kiss THE MOVIE Haisukuru hen (Highschool, 2016), Itazura na Kiss THE MOVIE 2 Kyanpasu hen ( Campus, 2017), Itazura na Kiss THE MOVIE 3 Puropozu hen (Propose, 2017).

j-drama-netflix-scoperta-Itazurana-Kiss

La storia racconta la complicata relazione tra due ragazzi: una studentessa delle scuole superiori, Aihara Kotoko (Honoka Miki) trova il coraggio di dichiararsi ad uno studente coetaneo di nome Irie Naoki (Furukawa Yuki), confessandogli di averlo amato sin dal primo giorno in cui l’ha visto a scuola. Purtroppo Naoki, un genio a scuola, un bellissimo ragazzo, talentuoso nello sport e in tutto ciò che fa, è un arrogante freddo come il ghiaccio, la rifiuta apertamente davanti a tutta la scuola. Per un caso imprevisto prodotto dal fato, per cui Kotoko e il padre perdono la casa, vengono generosamente ospitati da un caro amico d’infanzia dell’uomo il cui figlio è proprio Naoki. Da quel momento in poi i due ragazzi vivranno sotto lo stesso tetto. Anche qui, come ogni shōjo che si rispetti, ci ritroviamo davanti ai più classici dei cliché: amore non corrisposto, convivenza “forzata”, tipologie di persone stereotipate, per cui lei è una pasticciona buona a nulla e una somara a scuola, mentre lui è un figo e un genio. Ritroviamo gli stessi elementi recitativi, per cui lui sembra un pezzo di tronco, mentre lei si muove come un cartone animato. E tutto questo, se si riesce a regredire come ho fatto io, è D-I-V-E-R-T-E-N-T-I-S-S-I-M-O. E per aggiungere ulteriore spasso, le performance degli altri attori che interpretano i famigliari dei due ragazzi, non sono da meno.

Come avrete potuto capire, tra Good Morning Call e Itazurana Kiss, quello che ho maggiormente amato è stato il secondo: difficile da sopportare all’inizio, almeno per me, una volta raggiunta la giusta predisposizione d’animo, mi sono divertita tantissimo e ne ho apprezzato ogni momento. Soprattutto perché, mostra molto da vicino la vita quotidiana dei giapponesi, le tradizioni, i comportamenti sociali e famigliari e anche qualche scorcio di Tokyo e dintorni.

j-drama-netflix-scoperta-Samurai-Gourmet

Ultimo arrivato su Netflix (17 marzo 2017) e che, nonostante non ne abbia completato la visione, sicuramente non mi deluderà è Samurai Gourmet. Ispirato al manga di Masayuki KusumiShigeru Tsuchiyama “Manga-han Nobushi no Gourmet” conta 12 episodi per la prima stagione. La storia segue il sessantenne pensionato Takashi Kasumi (Takenata Naoto) che, ora che ha tanto tempo a disposizione, inizia a girare in solitaria per ristoranti per apprezzarne la cucina e le bevande. La sua idea è godersi la vita in maniera rustica e semplice, e come un samurai  errante, mangia tutto il cibo che desidera. Anche qui, come per Midnight diner: Tokyo Stories, ritroviamo il fortissimo legame tra vita e cibo, l’importanza della tradizione culinaria all’interno della cultura giapponese e della sua estetica, una sorta di richiamo alla tradizione letteraria giapponese in cui non di rado si trovano i grandi scrittori, decantare le lodi dei loro cibi preferiti.

A questo punto, come è possibile che qualcosa come il genere J-Drama ci incuriosisca e ci catturi tanto?

Quello dei J-Drama, è un mondo che si evoluto in un’arte abbastanza diversificata da altri generi video, come quello dei film o delle sitcom. Questo fattore è legato in primo luogo a una questione puramente strutturale: la stagione televisiva. In occidente, generalmente, le serie TV prevedono una o due stagioni l’anno, iniziando in autunno e finendo all’incirca a fine primavera dell’anno dopo, a seguire una “pausa”. Le lunghe stagioni televisive, da un lato, incoraggiano gli show ad episodi che però vanno incontro alla cancellazione quando i dati di ascolto non sono buoni, dall’altro, permettendo ai più popolari di durare “in eterno”. In Giappone, invece, in cui l’estetica e il senso della stagione è molto forte, anche l’anno televisivo è diviso nelle quattro stagioni naturali: non c’è un preciso periodo dell’anno in cui vengono trasmesse repliche, solo un paio di settimane tra le stagioni in cui vengono mandati in onda degli special. Una stagione corta significa che un J-Drama avrà una lunghezza prestabilita, generalmente tra 10 e 14 episodi (ognuno di circa un’ora), non verranno cancellati a metà stagione ma nemmeno proseguiranno anche se estremamente popolari. I drama di cui abbiamo parlato sopra, fanno parte della tipologia renzoku, che prevede 10-14 episodi in modo da minimizzare la trama e concentrarsi sui dialoghi, sullo sviluppo dei personaggi, sulla creazione di un loro mondo, mantenendo allo stesso tempo l’unità di una storia singola con inizio e fine ben definiti. Inoltre i drama sono pensati in maniera tale da riuscire ad adattarsi ai gusti degli spettatori: tematiche difficili vengono affrontate con leggerezza e sincerità, senza dare giudizi moralistici e senza intenti didattici.

A primo impatto i J-Drama sembrano delle soap opera con una recitazione e degli effetti televisivi osceni, e forse così è, eppure, probabilmente preda di una mia fase acuta di mal di Giappone, mi sono lasciata andare a questa TV così diversa. E onestamente spero che Netflix continui ad aggiornare maggiormente il suo catalogo “giapponese”.

Che sia caduta anche io nella trappola dei J-Drama?

About Silvia Aceti

Guarda anche

okja-nuove-immagini-dal-film-di-bong-joonhu-basso

Presentati i film originali Netflix candidati al Festival di Cannes

Netflix ha annunciato le prime candidature per i suoi film originali: Okja di Bong Joon …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *