Home / TV / Serie TV / Godless – Netflix punta alto con la miniserie western di Scott Frank

Godless – Netflix punta alto con la miniserie western di Scott Frank

Netflix goes western: scritta e diretta da Scott Frank, Godless è un altro innesto importante nella scuderia degli originali. Grande dispiegamento, intrattenimento medio.

Godless si va a prendere un posto preciso nello sterminato catalogo Netflix. In un programma produttivo studiato e calcolato quanto i menu mensili del McDonald, la scelta di lanciare trionfalmente la propria serie western, nello stesso periodo in cui un anno fa la HBO occupava militarmente il genere con Westworld, rappresenta l’ennesimo passo verso il ruolo di antagonista principale dei colossi via cavo. Fanno il western? Lo facciamo anche noi. In stile Netflix, si intende: grezzo, semplice, politicamente corretto e studiato in provetta per stimolare il binge watching. Laddove i kolossal HBO fanno del loro punto di forza la dilatazione degli universi, la complessità e la sapiente gestione dell’attesa settimanale tra i singoli episodi, Godless è la serie western on demand perfetta. Sette puntate, due righe di trama. Via in mezza settimana.

godless-recensione-alto

Godless è principalmente il progetto della vita dello sceneggiatore Scott Frank. Veterano della Hollywood ad alto budget, Frank ha ideato, scritto e diretto ogni episodio della miniserie. Il suo nome ha coinvolto quello di Steven Soderbergh, e da lì la produzione è partita in un attimo.
Storia: nella cittadina mineraria di LaBelle, orfana di tutti i suoi uomini morti tragicamente in un incidente e popolata dalle sole vedove e pochi sparuti rappresentanti della legge (lo sceriffo McNue e sua sorella Mary Agnes – Scoot McNairye e Merritt Wever), arriva lo straniero misterioso Roy Goode (Jack O’Connell), che viene accolto nel ranch di Alice Fletcher (Michelle Dockery). Il problema è che Goode è un fuorilegge, in fuga dalla banda di Frank Griffin (Jeff Daniels) dopo averne rubato il bottino di una rapina. Ora Griffin è sulle sue tracce, e la città delle signore rischia di passarla brutta.

Sottigliezza bandite: di Godless funziona il pitch, e il resto della serie viene da sé. Il lavoro di Frank è rozzo quando prova ad elevare i toni e giocare di metafore, efficace quando si attiene all’impianto base. C’è uno straniero misterioso nella cittadina deserta popolata da donne e vecchi infermi: i cattivi stanno venendo a prenderlo, e uccideranno chiunque gli si opporrà. Il microcosmo femminile deve prepararsi a respingere l’orda maschile bavosa e ghignante, o sarà un massacro.
La tensione sale, sospetti reciproci si mettono in mezzo, l’assedio si avvicina. Godless punta forte sull’attesa, l’idea che una tempesta stia per scatenarsi: lo farà ovviamente solo alla fine, e il difficile è tenere insieme le sei puntate precedenti in cui, dichiaratamente, non succederà nulla. Dopo un paio di episodi di assestamento faticosi (si viaggia sulla particolare durata media di 70-75 minuti), Godless prende il via, e pur senza sorprendere nessuno garantisce uno spettacolo western classico e robusto che tra mille ingenuità fila tirato fino al soddisfacente traguardo.

godless-recensione-medio

Comparto attori incolore ma non sgradevole. La chiave interpretativa sembrano essere i toni bassi, l’aurea mediocritas, favorita dal disinvolto ricorrere a stereotipi e personaggi fissi. Unica eccezione, Jeff Daniels: con poco su cui lavorare sul suo Frank Griffin (figura classica alla Long John Silver), sopperisce con l’overacting più clownesco che possa venire in mente. Se sia la cosa migliore o peggiore di Godless sta un  po’ ai gusti dello spettatore. Di certo spicca. Alla grande il reparto caratteristi e vecchie glorie (i migliori, largamente: Sam Waterson, Kim Coates, Erik LaRey Harvey). Sciatti i protagonisti. Bravi McNairy e la Dockery, penalizzata da un personaggio senza senzo la Wever (se ne parla sotto). Pessimo O’Connell: faccino biondo insignificante sia come assassino vizioso che come eroe redento, improponibile nel rendere un’evoluzione tra le due cose.

Il problema è che Godless prende delle serie Netflix soprattutto i difetti, quelli che abbiamo ormai imparato a riconoscere: semplicismo narrativo, anonimia visiva, retorica politically correct all’acqua di rose infilata anche dietro le tende – marchi di fabbrica di una serie di opere generaliste, prodotti incolori per tutte le stagioni e per ogni pubblico. L’esatto opposto della complessità e la voglia di rilanciare in ambizione delle opere HBO, contro cui ci si vorrebbe confrontare.
Basta guardare da vicino per scoprire in Godless una scrittura di livello sconfortante. Personaggi senza arco e senza ruolo che occupano lo schermo per episodi interi prima di scomparire, avvitamenti di trama inutili ad allungare il brodo, ma soprattutto un’incontrollata profusione di personaggi e sottotrame implausibili, fuori contesto, infilate a forza in funzione di furbi collegamenti all’attualità.

godless-recensione-basso

E’ questo scalcinato tentativo di abbracciare questioni sociali contemporanee “giuste” che taglia le gambe a Godless. Perché Godless non vuole fare un grande western. Vuole mettere in buona luce i suoi autori, e farsi bello di fronte alla critica in patria (mission accomplished: 90% su rottentomatoes).
La metafora efficacissima del mondo femminile assediato da ogni parte dal Maschio mostruoso e stupratore evidentemente non basta: si calca la mano, si urla “America, 2017”. E allora i personaggi rappresentati non sono più persone vere, ma proiezioni di ciò che per il sentire USA contemporaneo avrebbero dovuto essere le donne e gli uomini della frontiera in un mondo ideale. La cowgirl lesbo, che abbraccia fieramente la propria condizione, picchia duro, risponde a tono ai maschi e parla come una blogger femminista di San Francisco; i neri buoni (ma sempre brutti e minacciosi), pronti a schierarsi dalla parte degli oppressi senza una ragione precisa; la banda dei malvagi, bianchi psicopatici religiosi, messa in scena parodistica dell’elettorato repubblicano americano. L’improbabile alleanza progressista di donne, gay e minoranze etniche, che la combatterà.

Non si fa niente per adattare una pur sacrosanta idea propagandistica all’universo del racconto.  Non rimane nulla della Storia, figurarsi del Mito: in scena ci sono incarnazioni dei più positivi valori contemporanei, un nuovo West politicamente corretto in cui l’omosessualità è accettata con serenità, non c’è traccia di razzismo o di genocidio, né di puritanesimo repressivo. Un West 2017, per un western Netflix.

Godless parte un po’ a rilento, ma da metà va via veloce fino a un finale giusto e soddisfacente. La storia appassiona e tiene la durata discretamente nonostante uno sviluppo rozzissimo e una scrittura infantile: ma quando si arriva al sodo, con le sparatorie promesse e le rese dei conti, si chiude con il sorriso. Intrattenimento estemporaneo di buon livello, ma con la faccia tosta di spacciarsi per qualcosa di rilevante.

Regia: Scott Frank Con: Samuel Marty, Luke Robertson, Rio Alexander, Joleen Baughman, Jeremy Bobb Anno: 2017 Durata: 41-80 minuti Paese: USA

About Saverio Felici

Di stanza a Roma, amante del cinema in ogni sua forma da quando riesce a ricordare.Coniugando le passioni più disparate, scrive di tutto su tutto, con un occhio di riguardo alla settima arte. Dal pop-corn movie più becero al più pretenzioso dei film d'autore.

Guarda anche

Parlami di Lucy: recensione del primo e ultimo film di Giuseppe Petitto

Girato nel 2015, nei mesi precedenti alla morte del suo autore, Parlami di Lucy è il …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *