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The Hateful Eight di Quentin Tarantino – Recensione Film

L’ottavo film di Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”, è un film maturo, in cui il ritmo e la tensione sono tutti giocati in forma dialogica. La pellicola si basa su monologhi e scambi di battute, accenti, sguardi ed ammiccamenti. Un unico ambiente principale e qualche ricamino in esterna qui e li, 8 protagonisti ed altri pochi personaggi di contorno mai inutili o banali. Fotografia dal sapore antico, ma che non puzza di vecchio, tre istrionici attori che rubano la scena ed un caratterista, assurto a ruolo di primo violino, che solo Tarantino utilizza nei suoi film e che tira fuori una prova da leone.

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Immaginate la situazione: Wyoming, finire dell’ottocento. Una bufera di neve di quelle che, se ti trovi per strada, sei destinato a fare la fine de Il mio amico scongelato. Una carrozza con a bordo, oltre al guidatore, due cacciatori di taglie ed una prigioniera. Il riparo sicuro offerto da un vecchio emporio ed un passaggio dato ad un malcapitato. Dentro l’emporio ci sono altre 4 persone. Nessuno, a quanto pare, è in realtà chi afferma di essere…

Film diviso in capitoli, anticipato da un preludio e con un solo, unico flashback quasi a fine pellicola. A parte questo tratto distintivo tarantiniano, i capisaldi del maestro americano ci sono tutti. Trama basica e ridotta all’osso, dialoghi accurati e battute fulminanti,  monologhi tagliati su misura addosso ai suoi protagonisti, anzi…. ai suoi feticci, partendo dai caratteristi: la corpulenta afro americana Dana Gourrier, già vista in Django Unchained, nei panni di Minnie; James Parks, qui senza la compagnia del padre, con cui aveva già recitato in Grindhouse, Kill Bill I e II e Planet Terror; Zoe Bell, che ha avuto un ruolo da protagonista in Grindhouse e ruoli da stunt o comparsa in quasi tutti i film realizzati poi da Tarantino. Ci sono poi i protagonisti: la ‘neofita’ Jennifer Jason Leigh, lanciatissima verso una statuetta che valorizzerà il suo trasformarsi, passo passo, in una maschera di sangue ed ecchimosi; Tim Roth nei consueti panni dell’ambiguo un po’ viscido che proprio non riesci a capire se ti stia fregando o sia il tuo miglior amico; Bruce Dern, ormai ottuagenario, ma resuscitato a nuova carriera già ai tempi del negriero di Django Unchained e dello svampito ma non troppo protagonista di Nebraska; Kurt Russell, che solo per i baffi che esibisce in questo film meriterebbe un busto in oro massiccio all’ingresso d’ogni sala cinematografica dei 4 continenti; Demian Bichir, che chi ha amato Weeds non potrà non riconoscere anche sotto chili di barba e pelliccia; l’altro ‘neofita’ Channing Tatum, che ci offre 5 minuti di fuoco (in tutti i sensi); il sempre coerentemente maschio e crudele Michael Madsen. Infine ci sono loro due, gli istrioni, i fenomeni, i personaggi su cui, insieme alla già citata Jennifer J. Leigh, si regge tutta la storia: Walton Goggins, con il suo accento del sud da Georgiano doc, di solito contorno, ma stavolta piatto forte, sgradevole, ma dotato di ferrea morale, pronto a mettere l’uomo prima del proprio ideale. Sporco, sudato, ferito, fondamentalmente stupido, ma non troppo; Samuel L. Jackson immenso come forse mai era stato, ci offre dei monologhi da accapponare la pelle, fiero della sua pelata e della sua carnagione afroamericana. Si prende la scena e non la molla più, la riempie con la sua voce potente e rassicurante nella tragedia, intimidisce e colpisce inesorabile, come solo con Quentin lo abbiamo visto fare. Strepitoso.

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La musica: per la prima volta Tarantino utilizza un tema originale, composto da un maestro Morricone che, alla soglia del secolo, potrebbe portarsi a casa qualche premio piuttosto importante. La colonna sonora è quasi un’attrice protagonista, fa salire la tensione e, quando il climax è talmente asceso da star per esplodere…. si riaffevolisce per poi dissolversi in una bolla di sapone, a sottolineare che quel che poteva essere ancora non è avvenuto. Disegna dramma e farsa al tempo stesso, sottolinea ed accompagna, perfetta come la scelta dei temi non originali presi qui e li dalla tradizione rock country americana e da uno stranamente ispirato Jack White.

La fotografia si giova, non poco, della scelta d’usare una pellicola  70 mm, che offre la possibilità a Tarantino di creare scene piene zeppe di particolari apparentemente inutili, ma fondamentali nel disegno finale, con scene di insieme quasi pittoriche e di ampissimo respiro. Una serie di immagini quasi teatrali aumentano il senso drammatico della recitazione, con una luce che valorizza a pieno l’ambiente unico, freddo e nevoso che andrà man mano impregnandosi di sangue come nemmeno il livello finale di Doom. Si, perchè il film, se inizia come un western, non impiega poi troppo tempo a trasformarsi in un gore splatter horror con sangue a volontà, come se piovesse.

Tutta la psicologia dei personaggi e lo svolgimento della vicenda si reggono sugli scambi di battute, sui differenti accenti che tinteggiano in modo fondamentale, per comprenderne l’essere, la provenienza geografica dei personaggi e la loro posizione nella guerra civile americana, con tutti gli ideali che ne conseguono. Vedere questo film doppiato sarebbe un delitto, come è un delitto non ammettere che Quentin Tarantino è il miglior regista degli ultimi 35 anni, per l’influenza che ha avuto nella cultura popolare, nel revival del vintage che è ormai parte integrante della vita culturale e stilistica del mondo contemporaneo e di tutta una serie di film ,serial tv, personaggi e modi di parlare, che altrimenti non sarebbero mai assurti a tanta importanza. Le influenze e le citazioni non mancano, i debiti, ad esempio, nei confronti di Carpenter de LA Cosa e Distretto 13 sono evidenti, come l’auto citazione e l’ampliamento di quanto espresso ne Le Iene, trasposto nel vecchio west, è qualcosa di innegabile.

C’è poco da aggiungere, se non che non dovete assolutamente perdere questo film se amate il cinema e che dovete assolutamente evitare come la peste la versione doppiata, perchè in un film dialogico metà della forza rappresentativa andrebbe persa inesorabilmente.

About Davide Villa

Davide Villa
Più di trenta e meno di quaranta. Ama: Il punk Rock, l'as Roma, Tarantino, Maurizio Merli, Stallone, Schwartzy, Indiana Jones, Spielberg, Lenzi, Leone, John Milius e gli action movie. Odia: la juve, le camicie nere, Servillo, Lynch e Lars Von Trier. Film preferiti: Giù la testa, Bastardi senza gloria, Troppo forte, Compagni di scuola, Milano Calibro nove. Doti innate: la modestia, l'eleganza e la sobrietà. Difetti: pochi e di scarsa importanza.

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