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Mine – Abbiamo incontrato i registi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro

Alla Casa del Cinema di Villa Borghese è stato presentato Mine, nuova fatica degli italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro che vanta una competitiva co-produzione italiana, spagnola e statunitense e nasce già sotto l’egida di Peter Safran, produttore artefice di successi come Buried, The Conjuring e Annabelle (insieme ai loro seguiti): erano presenti – per presentarlo alla stampa italiana, in esclusiva mondiale – i due registi/sceneggiatori/montatori e produttori esecutivi insieme a Roberto Proia, rappresentante del distributore Eagle Pictures e Andrea Cucchi, produttore italiano.

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L’uscita del film è prevista il prossimo 6 Ottobre in 200 copie: un’esclusiva tutta italiana, grazie ad una concessione da parte degli USA, e al coraggio della Eagle Pictures nel voler tentare progetti diversi e in bilico tra natura commerciale e d’autore. La volontà del distributore è sempre quella di cercare dei prodotti audiovisivi commerciali ma anche particolari, alla continua ricerca di film che possano cambiare il gusto del pubblico e rappresentare un’ulteriore sfida – come già accaduto con l’insperato successo di Buried – per aprire nuove strade e rinnovare i linguaggi del cinema.

La prima domanda che riguarda direttamente Resinaro e Guaglione riguarda la “rinascita” del cinema di genere in Italia: non si parla dei soliti (noti) che imperano nella nostra industria, come le commedie regionali o i drammi intimisti, quanto delle nuove riletture audaci che ne hanno fatto Stefano Sollima, Gabriele Mainetti e Matteo Rovere con i loro film, riuscendo così ad aprire un nuovo mercato; Mine è un ulteriore passo avanti in questa (ri)costruzione del genere, visto che non ha nessun riferimento italiano ed è ambientato nel deserto, un non-luogo dell’anima, che accomuna tutti gli spettatori rendendolo adatto ad una fruizione mondiale. I due registi sono cresciuti negli anni ’80, influenzati dalla visione di anime e manga (come il filone dei famosi cartoon giapponesi) mescolati con la tradizione europea ma soprattutto quella italiana (ad esempio, il fumetto con Dylan Dog): per loro il genere è un modo per comunicare qualcosa di diverso e più profondo; aggiunge Resinaro che la retorica dei film di genere è basata su archetipi americani, ma non è finalizzata a sé stessa, in quanto uno degli elementi fondamentali è l’approfondimento psicologico dei personaggi.

L’affascinante storia di Guaglione e Resinaro che li ha portati dall’Italia alla ribalta internazionale affonda le proprie radici da molto lontano: dopo essersi incontrati per la prima volta sui banchi del Liceo nel 1995 ed essersi addentrati nel mondo del fumetto prima e dell’industria cinematografica poi, vivono una serie di fortunate esperienze nell’ambito del corto e del mediometraggio (Ti chiamo io; E:D:E:N; The Silver Rope e Afterville) e producono – con la loro società MERCURIO DOMINA – il lungometraggio True Love  che accende definitivamente i riflettori sul loro lavoro e li porta ad essere notati da un produttore americano (della 20th Century Fox) che propone ai due di realizzare un film negli USA. Increduli, partono e cominciano a sviluppare una serie di sceneggiature e soggetti che troppo spesso non vedono la luce (la media stimata è di 1 su 100), fino ad arrivare alla scelta definitiva che è ricaduta su Mine che diventò, improvvisamente, anche una metafora della condizione esistenziale che stavano vivendo/subendo in quel periodo di forte stress, e che necessitava di ricevere uno scossone simile al mantra costante che viene citato di continuo nel film: bisogna andare avanti, alle volte bisogna avere coraggio e compiere un grande passo.

Le curiosità dei giornalisti si sono concentrate sulle vicissitudini produttive fino alla scelta casting – decisamente particolare – di Armie Hammer, attore “puramente” americano di bell’aspetto che è possibile ammirare in numerosi blockbuster degli ultimi anni (ma anche in film d’autore come The Social Network): in un primo momento Guaglione era rimasto terrorizzato dalla notizia che, nelle sale, era stato distribuito un film analogo alla loro “creatura” (per le tematiche trattate); rientrate le preoccupazioni legate al “rivale”, le loro paure si concentrarono sull’importante momento della scelta del cast: un passo falso avrebbe infierito senza pietà sul film. Mentre scrivevano il film avevano in mente un “profilo” attoriale decisamente diverso da Hammer, ma dopo il primo incontro hanno trovato subito una bella sintonia, turbata solo dalla scarsa affinità fisica e caratteriale dell’attore con il protagonista Mike Stevens, il marine che calpesta accidentalmente una mina all’inizio del film diventando l’unico focus intorno al quale ruotano le vicende del film. Decisero così di attuare una progressiva trasformazione su Hammer, prima di tutto a livello fisico: via il ciuffo biondo, sì alla testa rasata da soldato e a due cicatrici aggiunte grazie al trucco; la successiva trasformazione investì il lato emotivo del soldato Stevens, immortalato in una lotta dal sapore epico-psichedelica nel cuore del deserto, perpetuata contro i propri demoni interiori, una sfida che lo porterà a cambiare lentamente pelle, mutando e diventando una persona diversa (forse… migliore?)

Sul piano produttivo, invece, a parlare con chiarezza è Cucchi: all’inizio il progetto doveva avere alle spalle una co-produzione americana e spagnola, che alla fine si è risolta in una collaborazione quasi tutta europea con l’ingresso dell’Italia – che ha curato il processo di post – produzione – il tutto per completare le riprese di 5 settimane che non dovevano sforare l’Ottobre 2014, ultimo periodo disponibile per avere Hammer come protagonista (che poco dopo sarebbe stato assorbito dagli impegni da neo papà). Pur di avere il maggior numero di materiale girato, pronto e disponibile, Guaglione e Resinaro confessano di aver lavorato nelle condizioni peggiori (con la spiaggia spagnola di Fuerte Ventura, set delle riprese, invaso da turisti e curiosi; con un vento fortissimo e cavi ed attrezzature in bella mostra nelle inquadrature) e di confidare nella post – produzione (proprio com’è accaduto) per togliere tutti gli elementi di disturbo e poter recuperare più materiale, di qualità, possibile.

Qualcuno sottolinea delle analogie con il film di Danny Boyle 127 Ore: Guaglione risponde che anche loro due, come percorso, provengono da un precedente lavoro che era un thriller, ma rispetto al prodotto di Boyle sono pronti ad evidenziare soprattutto le differenze tematiche, prima ancora che stilistiche: nel primo caso il protagonista era incastrato in una situazione (e nella gola di un canyon), mentre nel caso specifico di Mine il soldato Stevens è bloccato su una mina, costretto dalla sua volontà a non muoversi per paura di non rientrare in quel maledetto 7% di possibilità che ha di salvarsi. Ancora una volta, i due registi riconfermano l’importanza fondamentale del genere per poter portare in scena una condizione introspettiva del personaggio, del suo stato d’animo, utilizzando i codici stilistici/linguistici di un filone specifico. La loro ultima fatica si configura come un vero e proprio trap movie, un film trappola, ambientato in un non luogo desertico non identificato dove si annida il mistero, prima ancora che nelle ombre che turbano l’animo del protagonista. Quindi il loro film parte come un war movie per poi trasformarsi progressivamente in un thriller, un survival e infine in un dramma (a tratti sentimentale), dimostrando come – in modo del tutto versatile – si possano cambiare generi e pelle più spesso nell’arco di 106’. Se il deserto mostrato è, appunto, un luogo “altro” comune all’immaginario di tutti, al contrario il soldato americano è un topos strettamente necessario: per Guaglione e Resinaro rappresenta, infatti, l’archetipo del militare obbligato ad eseguire in modo meccanico degli ordini, non a caso nel corso del film Stevens comincia a perdere “pezzi” (di pelle, di memoria, di equipaggiamento) fino a compiere un completo processo di affrancamento dagli ordini che gli vengono impartiti.

Un altro elemento fondamentale, nella realizzazione di un prodotto finale come Mine, è la scelta della colonna sonora: ancora una volta “i due Fabio” si sono affidati al loro storico amico – e compagno di Liceo – Andrea Bonini sottolineando come la musica sia parte integrante del processo creativo ed analitico alla base di un film, insieme ad altri aspetti come il montaggio o la realizzazione dello storyboard: Guaglione e Resinaro ne realizzano sempre uno approfondito (da buoni fumettisti, del resto) talmente dettagliato e perfetto da fornire loro l’opportunità per un confronto (senza litigare) e del materiale che possa fornire d guida per gli altri addetti ai lavori: il direttore della fotografia, i vari capo reparti e i produttori, in modo tale che ognuno possa avere l’intera situazione sotto controllo, pianificare tutto in partenza senza correre rischi e poter così, in tal modo, improvvisare e variare molto più liberamente e coscienziosamente, riconfermando in tal modo l’importanza, all’interno delle arti visive, di poter analizzare cosa si sta rappresentando e come.

L’ultima riflessione maturata in sala riguarda, ancora una volta, il ruolo – e il peso – del genere, soprattutto se legato alle emozioni di Fabio Resinaro e Fabio Guaglione: entrambi ribadiscono che, per quanto Mine sia a tutti gli effetti un film “di cervello” (come vengono spesso definiti i film di Nolan, ad esempio) una parte importante la gioca il cuore. C’è fin troppo di loro stessi in questo film – come del resto nei precedenti – tanto da confondere, per fortuna, quali aspetti strettamente personali sono legati all’uno o all’altro: la loro speranza è che questo film “pop d’autore” (com’è stato definito) possa lasciare qualcosa nel pubblico, sorprendendolo e inducendolo a riflettere anche dopo la prima visione.

About Ludovica Ottaviani

Ludovica Ottaviani
Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Classe 1991, da più di una decina d’anni si diverte a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Si infiltra nel mondo della stampa online nel 2011, cominciando a fare ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Tom Hiddleston, Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.

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