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Legend – Recensione – Un film di Brian Helgeland

I gemelli Kray sono stati, probabilmente, i principali malavitosi britannici del dopoguerra, di quei malavitosi da rotocalco e vecchia scuola, sanguinari, ma non insensati, romantici, ma infami. Di sicuro Tom Hardy è invece, in questo momento, il miglior attore cinematografico britannico, su questo non ci piove.

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Legend è un buon film, che ci racconta l’epopea criminale dei Kray mischiando le tipiche atmosfere da periferia inglese, un po’ piovosa, un po’ mattoni rossi, molto tè delle 5 e birra alla pompa, con una fotografia patinata e glamour quanto basta per accattivarsi le simpatie d’un pubblico più giovane. Seguiamo le strade dei gemelli in modo empatico e, se mi fate passare il termine, visivo. Cosa intendo, vi chiederete. Facile: inizia il film e vediamo i gemelli seduti insieme in automobile per le strade dell’East End londinese, poi ne seguiamo separatamente le vicissitudini, per poi ritrovarli, a tratti, uniti e divisi, fino all’epilogo che ci consegna la cronaca.

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Criminalità old school da strada, pizzo e mazzate, regolamenti di conti sopratutto a mani nude, minacce ed affetti di una vita. Il tutto accompagnato da travagli interiori, malattia mentale e follie. Tom Hardy è eccelso nel dar vita ad entrambi i protagonisti, modificando il proprio modo di parlare a seconda del momento, riuscendo a far trapelare tutta la follia schizofrenica di Ronnie e la personalità tormentata, ma più responsabile, di Reginald, arrivando anche a modificare il proprio sguardo ed il modo di muoversi nello spazio di poche inquadrature. Intorno a lui tutta una serie di onestissimi mestieranti ed ottimi caratteristi: la bellissima pupa in miniatura Emily Browning, che, nonostante sia  palesemente australiana, riesce ad interpretare in modo credibile la ragazza di periferia, sognatrice e determinata, della londra 60s and 70s; Christopher Ecclestone, già apprezzato in 28 giorni dopo, piuttosto che Elizabeth, Piccoli omicidi tra amici e molti altri film (ah già, il Dottor Who!!!) è sempre affidabile e credibile nel ruolo dello sbirro onesto, un po’ scemo, ma stoico nel suo intento di mettere in gabbia i Kray; David Thewlis sempre grande comprimario e, via via, tutti gli altri personaggi di contorno. La regia non offre acuti, ma non scopre il fianco a pecche evidenti, anche se Brian Helgeland offre sempre il meglio alla sceneggiatura, piuttosto che dietro la macchina da presa, ma è bravissimo a valorizzare Hardy e tagliargli il film su misura.

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E’ in questi casi, con un film non eccelso, ma comunque più che sufficiente, che si valuta a pieno la figura del grande interprete, capace di reggere la scena e risollevare le pecche d’una pellicola altrimenti facilmente destinata ad una vita di contorno.

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Colonna sonora molto da swingin’ london, non troppo evidenziata, ma comunque gradevole, ritmo forse un po’ troppo lento, non riuscendo a trovare la via definitiva tra noir ed action, ma nel complesso un buon crime biografico per passare un paio d’ore al cinema o in home video.  Promosso.

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About Davide Villa

Davide Villa
Più di trenta e meno di quaranta. Ama: Il punk Rock, l'as Roma, Tarantino, Maurizio Merli, Stallone, Schwartzy, Indiana Jones, Spielberg, Lenzi, Leone, John Milius e gli action movie. Odia: la juve, le camicie nere, Servillo, Lynch e Lars Von Trier. Film preferiti: Giù la testa, Bastardi senza gloria, Troppo forte, Compagni di scuola, Milano Calibro nove. Doti innate: la modestia, l'eleganza e la sobrietà. Difetti: pochi e di scarsa importanza.

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