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Inferno – Recensione – Un Film di Ron Howard

Con Inferno Ron Howard torna ai romanzi di Dan Brown e alle loro atmosfere thriller, ma è lontano dalla tensione e dalla suspense dei precedenti capitoli.

Robert Langdon è tornato. E, stavolta, anche il suo eroe cervellotico, citazionista e vincente mostra segni di crisi, come a voler riconfermare il trend – molto comune ad Hollywood – che vede, appunto, gli eroi (e i supereroi) in crisi pronti a mostrare le proprie, umanissime, debolezze. In questo nuovo capitolo della saga firmata da Dan Brown e diretta da Ron Howard, l’Inferno dantesco del titolo sembra prendere corpo nelle visioni distorte e negli incubi che affliggono l’esperto di enigmi Langdon, che si risveglia in un ospedale di Firenze con un trauma cranico e le idee molto confuse: com’è arrivato lì? Perché non ricorda niente degli ultimi due giorni? Con l’aiuto della dottoressa Sienna Brooks (Felicity Jones) dovrà risolvere il mistero dietro il suicidio del miliardario Bertrand Zobrist (Ben Foster), le sue idee sul sovraffollamento terrestre, su una sesta macro – estinzione e su un misterioso virus che potrebbe sterminare l’umanità, e il cui segreto è custodito in un’ardita caccia al tesoro che si snoda tra le vie di Firenze e la Turchia mentre i rappresentanti della OMS danno la caccia al professore, e senza – apparentemente – nessun motivo.

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Ormai gli spettatori sono abituati agli action thriller adattatati dai romanzi di Brown, che riescono a fondere – anche nella loro trasposizione sul grande schermo – il mix vincente tra adrenalina e cultura, dotto citazionismo e tensione; non è da meno anche questo Inferno, se non fosse che – della trilogia ideale – forse è il capitolo meno riuscito.

Lontani dalla regia patinata e hollywoodiana, quasi rassicurante, solida alla quale ci aveva abituato in Inferno, Ron Howard, sceglie di sacrificare la tecnica in nome dell’immedesimazione: lo spettatore sente e vive le stesse sensazioni di Langdon, avverte la sua confusione, il suo cieco senso di smarrimento e di impotenza che lo portano ad essere debole e fragile, scevro di qualunque certezza che solo la memoria e la cultura possono concedere. Tom Hanks torna nei panni del professore di simbologia, ma stavolta sembra piuttosto un clone – mal riuscito – del nostro Piero Angela: si muove in bilico tra l’imbarazzo saccente e la citazione sì colta ma fuori luogo, colpa di una sceneggiatura più vicina al ritmo narrativo di un romanzo che alla potenza dell’audiovisivo.

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Nei 121’ del film lo spettatore cerca di appassionarsi a questa “caduta dell’eroe”, che però non copre nemmeno il primo tempo: Langdon recupera smalto e il pubblico accumula noia, e nemmeno gli improbabili plot twist che si accumulano – prepotentemente – verso la parte finale servono a salvare chi guarda da un lungo, inesorabile, colpo di sonno che farà rimpiangere gli affascinanti misteri di Parigi, del Santo Graal, del Vaticano e degli Illuminati.

Regia: Ron Howard Con: Tom Hanks, Felicity Jones, Ben Foster, Omar Sy, Irrfan Khan, Sidse Babett Knudsen, Fausto Maria Sciarappa, Ana Ularu Anno: 2016 Durata: 121 Min Paese: USA Distribuzione: Warner Bros. Italia 
Con Inferno Ron Howard torna ai romanzi di Dan Brown e alle loro atmosfere thriller, ma è lontano dalla tensione e dalla suspense dei precedenti capitoli. Robert Langdon è tornato. E, stavolta, anche il suo eroe cervellotico, citazionista e vincente mostra segni di crisi, come a voler riconfermare il trend – molto comune ad Hollywood – che vede, appunto, gli eroi (e i supereroi) in crisi pronti a mostrare le proprie, umanissime, debolezze. In questo nuovo capitolo della saga firmata da Dan Brown e diretta da Ron Howard, l’Inferno dantesco del titolo sembra prendere corpo nelle visioni distorte e negli incubi…
Commento Finale - 55%

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Inferno è il nuovo capitolo della "trilogia di Dan Brown" diretta da Ron Howard: meno riuscito degli altri due e lontano dalla regia patinata e hollywoodiana, quasi rassicurante, solida alla quale ci aveva abituato Howard, il regista sceglie di sacrificare la tecnica in nome dell’immedesimazione: lo spettatore sente e vive le stesse sensazioni dell'eroe Robert Langdon, avvertendo la sua confusione e il cieco senso di impotenza che lo portano ad essere debole e fragile. Nei 121’ del film lo spettatore cerca di appassionarsi a questa “caduta dell’eroe”, che però non copre nemmeno il primo tempo: Langdon recupera smalto e il pubblico accumula noia, e nemmeno gli improbabili plot twist che si accumulano – prepotentemente – verso la parte finale servono a salvare chi guarda da un lungo, inesorabile, colpo di sonno che farà rimpiangere gli affascinanti misteri di Parigi, del Santo Graal, del Vaticano e degli Illuminati.

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About Ludovica Ottaviani

Ludovica Ottaviani
Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Classe 1991, da più di una decina d’anni si diverte a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Si infiltra nel mondo della stampa online nel 2011, cominciando a fare ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Tom Hiddleston, Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.

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