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Il figlio di Saul – Abbiamo incontrato il protagonista Géza Röhrig

“Grazie per essere qui, siete molto fortunati a vivere in questa bellissima città. Io ho vissuto a Gerusalemme e forse sia a Roma che a Gerusalemme si vedono le tante ere assemblate e messe insieme nelle pietre, nei monumenti e nelle effigie.” Si presenta così Géza Röhrig il protagonista del film Il figlio di Saul (Saul Fia) vincitore del Gran Prix al Festival di Cannes 2015 e del Golden Globe come miglior film straniero ed ora, il più accreditato tra i titoli recentemente nominati all’Oscar per il miglior film straniero.

Come è riuscito a immedesimarsi in un personaggio così e a vedere, trovare l’umanità in mezzo ad una tale atrocità? 

“I membri dei sonderkommando, così erano chiamati dai tedeschi queste persone, erano esseri umani terrorizzati, traumatizzati. Le atrocità che sono stati costretti ad affrontare e a vedere, sono inconcepibili. A volte vedevano centinaia e centinaia di persone vive, le portavano in queste camere e poi 15 minuti dopo le estraevano da lì morte. Magari erano persone dei loro villaggi, persone che conoscevano, e quindi fare questo, far entrare queste persone nelle camere e poi bruciarli. Questa divisione all’interno del campo è forse l’aspetto più demoniaco del nazismo, un sistema che funzionava basandosi su una prerogativa: come far si che il maggior numero di ebrei fossero uccisi con il minore coinvolgimento di uomini tedeschi, cioè come lasciar fare il lavoro sporco ad altri. La storia di uomini che uccidono altri uomini è antica, ma qui c’è qualcosa di nuovo: gli assassini hanno la possibilità di sentirsi innocenti, perchè non vedono le conseguenze dei loro atti. Lasciano ad altri il compito di portar fuori le vittime, di separare i cadaveri, di bruciarli, disinfestare le stanze, pulirle in modo che chi viene dopo non vedrà e quindi non sappia. E’ stato per questo che dopo la guerra i SonderKommando sopravvissuti si sono sentiti colpevoli perchè erano stati loro a fare le cose, mentre questi esseri in divisa hanno avuto la possibilità di sentirsi innocenti e lontani dal coinvolgimento fisico nell’olocausto. Una distanza che da fisica diventa per loro morale, come oggi per coloro che bombardano e uccidono da un altro continente tramite i droni: non vedono i volti, non sentono l’odore del bombardamento e della morte, e si sentono lontani dalla morte, si sentono innocenti.”

Per Géza, la sfida che Il figlio di Saul gli poneva come attore “era quella di colmare il divario tra il mio mondo e quella che invece vivevano i soderkommando. Quello che mi ha aiutato in questo lavoro sono dei riferimenti soprattutto letterari: ho letto i memoriali di coloro che hanno fatto parte dei sonderkommando sopravvissuti pubblicati soprattutto negli anni Ottanta, quando non volevano lasciare questo mondo senza che gli altri conoscessero l’esperienza che avevano vissuto. E poi le opere di quel grande pensatore che è stato Primo Levi, che mi hanno aiutato tantissimo a comprendere i dilemmi morali ed etici; e poi mi sono affidato alla mia memoria, ai racconti di mio nonno, che mi ha raccontato della sua esperienza quando avevo 12 anni.” Né i genitori del nonno, né sua sorella maggiore incinta, né suo fratello minore hanno mai fatto ritorno dai campi, racconta l’attore. “Un giorno trovai delle vecchie foto in una scatola, su un ripiano in alto della libreria, di persone che non conoscevo. Chiesi allora a mia nonno chi fossero, e fu allora che lui, con occhi appannati e una voce diversa da quella che conoscevo, mi ha raccontato chi fossero e cosa fosse successo. Mi ha dato un racconto esaustivo delle cose, un racconto che non ho mai dimenticato e che ho portato sempre con me. C’è una frase che lui mi disse: se non sei stato lì non puoi dire cosa è stato e se ci sei stato, poi, non hai la possibilità di raccontarlo.”

Il figlio di Saul di László Nemes - 02

Géza Röhrig, una vita passata tra musica punk, studi di cinema e una lunga attività di poeta, divenuto chassidico proprio dopo un viaggio di studi ad Auschwitz, alla domanda sulla differenza tra lo scrivere dell’olocausto e interpretarne un personaggio, risponde così: “Il primo libro che ho scritto su Auschwitz è stato pubblicato anche in Germania con una buona critica, ma credo fosse un boccone troppo grosso per la mia bocca in quel momento, non ero ancora pronto e non avevo ancora l’esperienza di vita sufficiente per poter parlare di quello di cui scrivevo. Questa raccolta di poesie non la posso considerare a livello del figlio di Saul e ne sono anche contento. Anche per questo rispetto Laszló, che è stato in grado di aspettare il momento giusto e di trovare l’ angolazione giusta da cui raccontare e narrare questa storia.”

Saul, fa una scelta, decide di “Tradire i vivi per seppellire un morto”, cosa rappresenta questo ragazzo per il protagonista del film?

“Molti spettatori vengono da me fuori dalla sala arrabbiate e dicono: Saul è uno sciocco, avrebbe dovuto partecipare alla rivolta, avrebbe dovuto non impedire ai compagni di fare quel che dovevano fare. Che differenza può significare seppellire un unico bambino, quando tanti altri venivano uccisi e bruciati? Penso che questa frustrazioni negli spettatori nasce dal fatto di non capire le ragioni più profonde. C’è qualcosa che va al di sopra di una mera sopravvivenza fisica di una persona. Sono credente e credo che il desiderio di sopravvivenza sia legittimo, ma ha in sé una componente egoistica e animalesca. La domanda è se c’è qualcosa più importante della sopravvivenza. Non volevamo fare di Saul un eroe. Lui è un uomo ordinario che prende una decisione straordinaria. La sua decisione non è il risultato di una riflessione profonda, ma nasce da un moto istintivo. Quello che fa Saul è qualcosa di altro rispetto a quello che vogliono fare gli altri sonderkommando. E questo qualcosa di altro fa si che il film non abbia un finale consolatorio, ma una speranza. Saul è testimone del fatto che un ragazzo sia sopravvissuto alla camera a gas e pochi minuti dopo viene ucciso da un dottore nazista, nonostante questa sopravvivenza viene ulteriormente ucciso. La sua morte si differenzia dalle altre e crea in Saul un’empatia e per la prima volte, dopo mesi di orrore, la visione di questa sopravvivenza, torna a sentire qualcosa. Cosa si può fare, quindi, qual’è l’unico omaggio che si può rendere ad un morto? Seppellirlo. C’è un comandamento interiore che va al di là di ogni razza e religione e che vale per tutti: ero nudo e mi hai vestito, ero affamato e mi hai nutrito, ero morto e mi hai seppellito. “

Come venivano considerati i soderkommando dagli altri prigionieri del campo?

“Gli altri prigionieri del campo provavano invidia e disprezzo: invidia perché queste persone dormivano in locali riscaldati, perché non venivano rasati e vivevano in condizioni meno atroci, però non sapevano tutto il resto. Non sapevano che avevano sempre un fucile puntato contro per spingerli a fare quello che dovevano fare e che condividevano comunque la stessa sorte: essendo i sonderkommando testimoni di quello che accadeva nel campo, i nazisti non volevano che loro sopravvivessero e quindi venivano uccisi a turni ogni 4 mesi. Leggendo i testi di Primo Levi potete accorgervi che tra il primo libro che ha scritto e l’ultimo cambia opinione sui membri del sonderkommando e la stessa reazione, all’inizio l’hanno avuta anche i membri delle truppe sovietiche entrate nei campi. L’essere umano è mosso dal sentimento di vivere e una volta entrati in questo mondo ogni possibilità di scelta svanisce.”

Il figlio di Saul di László Nemes - 05

Il nome del protagonista Saul è evocativo ed è pregno di significati nella cultura ebraica e mi chiedevo se il nome rimandi alla figura storica?

“Più che sul primo nome metterei l’enfasi su Auslander. In tedesco è lo straniero, ma io direi proprio extra terreste, proprio perché il suo comportamento nel film non appartiene al nostro pianeta. Certo per il nome Saul anche molti miei amici si sono lanciati in interpretazioni: alla fine quando si getta nel fiume è come se venisse battezzato, si trasforma in Paolo e questo sorriso da saggio che si stampa sul suo volto alla fine. Diciamo che letture di questo film sono molteplici come ogni vera opera d’arte è enigmatica e si apre a diverse letture.”

In Il figlio di Saul, girato interamente in 4:3, l’orrore di Aushwitz è filtrato dal punto di vista del protagonista, lasciando ai margini del visibile le immagini di ciò che sta accadendo e affidandole al suono, in particolare a quello emesso dal forno crematorio: “Non c’era altra scelta. Ogni rappresentazione frontale e collettiva sarebbe incompleta e pornografica. L’Olocausto non può essere rappresentato interamente come un’esperienza collettiva. L’unico modo era porsi nel campo visivo di una sola persona. Non puoi mostrare e quindi abbiamo creato questa dialettica tra immagine e suono. Tutto quello che si perde in termini d’immagini, che sono sfocate, non precise e non messe a fuoco, viene compensato da una presenza molto ricca di suoni. Il suono è stato lavorato tutto in post produzione, un lavoro enorme, tutti i suoni venivano riprodotti rispettando anche tutte le lingue: polacco, tedesco e ungherese. Il fatto di avere sempre la macchina da presa su di me era diventata un’abitudine.Ci sono riprese molto lunghe, con pochissimi tagli a riprodurre proprio la sensazione di cui si parla: di essere lì, dentro al crematorio, dentro le camere a gas e dentro quegli ambienti. Usare pochi tagli ha aiutato a stare dentro il film. Due fattori di cui vado molto orgoglioso sono: il budget di 1 milione di euro, nessuno è disposto a spendere di più per un film di questo genere, e che le riprese sono durate 28 giorni.”

Il 28 febbraio, Gèza Röhrig sarà al Dolby Theatre di Los Angeles insieme a Nemes per la notte degli Oscar, dato che Il figlio di Saul è candidato come miglior film straniero: “Non mi preoccupo non perché voglia fare sfoggio di falsa modestia, credo conti molto la fortuna. A volte in passato i grandi premi sono stati dati a prodotti di qualità non eccellente. Come giocare alla lotteria. Se vinci sei felice sennò pazienza”.

Leggi la recensione del film 

Il figlio di Saul di László Nemes - 01

About Federica Rizzo

Federica Rizzo
Campana doc, si laurea in Scienze delle Comunicazioni all'Università degli Studi di Salerno. Web & Social Media Marketer, appassionata di cinema, serie tv e tv, entra a far parte della famiglia DarumaView l'anno scorso e ancora resiste. Internauta curiosa e disperata, giocatrice di Pallavolo in pensione, spera sempre di fare con passione ciò che ama e di amare follemente ciò che fa.

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