Home / CULTURAL / Dallo stornello al Rap – La nuova e giovane canzone romana di tendenza”

Dallo stornello al Rap – La nuova e giovane canzone romana di tendenza”

Leggo incuriosito uno dei tanti manifesti attaccati per Roma che pubblicizza il progetto voluto da Elena Bonelli (se come me, molti si chiedono chi sia Wikipedia ci ricorderà che si tratta di una cantante e attrice romana…). Una sorta di vero e proprio slogan, un manifesto musicale e culturale che vuole porre nobili basi al rap romano, o forse creare un fil rouge tra due generi apparentemente tanto diversi. Io che di rap ne so quanto di ippica conosco poche ed essenziali informazioni a riguardo, che però mi bastano per sapere che la tradizione di tale genere è legata a un discorso di strada americana, di sfide a colpi di rime, di neri che si sparano pallottole per mostrare quanto sono fighi, di donne in vesti succinte che muovono le loro grazie in video dal dubbio gusto, di bande rivali e di catene d’oro. Insomma di quella street life nata negli anni ’60 nelle periferie a stelle e strisce e, solo successivamente, importata nel nostro bel paese. inoltre andando ad analizzare il sottotitolo ci sarebbero tutta un’altra serie di concetti da approfondire che, su due piedi, danno l’idea di qualcosa di ibrido: canzone romana, nuova e giovane, tendenza… Quindi si parla di stornello, di rap, di canzone romana, di musica di tendenza o di tutto questo insieme? Tuttavia il manifesto promette ospiti interessanti tra cui i Flamimio Maphia e, soprattutto, la band dell’Orchestraccia.

Venerdì 19 Novembre arrivo all’Auditorium Parco della musica per la serata conclusiva “Dallo stornello al Rap” con circa una mezz’ora di anticipo che, nella mia testa, sarebbe servita per mangiarmi un panino prima dell’inizio dell’evento. Tuttavia come nelle migliori tradizioni italiane vengo sballottato da una parte all’altra dell’Auditorium alla ricerca del mio fantomatico accredito. La signorina alla biglietteria mi manda a una seconda biglietteria, la seconda signora alla biglietteria mi manda a un banchetto, il tipo del banchetto mi manda al guardaroba e la ragazza del guardaroba chiama un collega che mi dice che non c’è nessun accredito ma che non mi devo preoccupare. E chi si preoccupa, tanto io devo solo mangiare. Insieme a me è venuta anche una mia amica, che qui chiamerò M, la quale avevo convinto a farmi compagnia con la promessa di un evento gratuito e privo di attesa, in quanto possessore dell’accredito stampa. La mia credibilità scende drasticamente ai minimi storici. Mentre aspettiamo mi chiede cosa precisamente andiamo a vedere e io le dico che sarebbe molto interessante saperlo ma che, tuttavia, è qualcosa che riguarda lo stornello, il rap e la canzone di tendenza. Lei fa un cenno con la testa. Io sorrido.

Il tipo dell’accredito si scusa per l’attesa e mi porge due biglietti senza alcuno straccio di cartella stampa. Facciamo giusto in tempo a prenderci un tramezzino. Entriamo in sala Sinopoli e leggiamo il numero dei posti sui biglietti: due posti laterali, di quelli che alla fine della serata esci con i dolori al collo. Ma la sala non è molto piena e riusciamo a occupare due posizioni più centrali.
Mi guardo attorno e il tutto ha un’aria di strana istituzionalità. Si parla di stornello e di rap ma la situazione – dall’arredamento fiero della sala Sinopoli, all’abbigliamento degli invitati – mi porta più a pensare a un concerto di musica classica. C’è qualcosa che stride.

Inizia lo spettacolo.

Un occhio di bue al lato del palco e l’aria di un vecchio stornello romano. A cantare è il quasi novantenne Giorgio Onorato, la celebre “voce di Roma” che, per energia e vigore potrebbe fare le scarpe a tanti trentenni. A fargli da contrappunto c’è G Max, storico componente del gruppo dei Flaminio Maphia. Si passano una metaforica palla canora da una parte all’altra, passando effettivamente dallo stornello al rap. Mi piace: è interessante e l’effetto è accattivante. Finisce la performance e la sala ringrazia gli ospiti con un caloroso applauso.

Dopo il bell’inizio Elena Bonelli attacca a parlare, presentando la serata e sciogliendo alcuni dei nodi, miei crucci fin dall’inizio. Con questo progetto – iniziato da circa un anno con conferenze, incontri e quant’altro – la Bonelli vuole trovare un punto di unione tra la vecchia tradizione canora romana e la nuova generazione di cantanti della Capitale. Non cerca pertanto un collegamento generativo tra i due generi musicali bensì più una “parentela” socio-culturale. Infatti entrambe le forme nascono proprio dalla strada, sia per raccontare i fatti che avvengono nella quotidianità, che soprattutto per denunciare i malfunzionamenti della città, i problemi delle giovani generazioni e la corruzione dei potenti. Inoltre entrambe si basano sull’improvvisazione e su un sistema di sfide a colpi di rima, che si chiamava sfida a stornellare nella Roma dell’800 e freestyle tra i rapper odierni. Insomma in poche parole sia lo stornello che il rap rappresentano quella musica che viene dal basso, spinta dalla necessità di raccontare e di denunciare e da un bisogno quasi inconscio di esprimersi attraverso le rime. “Il fine – dice la Bonelli – è quello di infondere nuova linfa vitale nella Canzone popolare Romana. Rimasta confinata entro le mura capitoline, a differenza di quella partenopea, la Canzone Romana affonda le sue radici a molti secoli fa e arriva a oggi attraverso forme espressive e comunicative basate su un nuovo linguaggio e su nuove strutture compositive, fra le quali il Rap rappresenta un forte link con lo stornello di ieri”.

Insomma finalmente è tutto chiaro. Ma ora come procede la serata? E dove sta l’Orchestraccia?

Le cose iniziano a farsi preoccupanti. La Bonelli infatti parla di concorrenti, di giuria, di premi e vincitori. Comincio a capire la direzione che prenderà la serata e la cosa non mi piace affatto. Tutto il progetto “Dallo stornello al rap” non è altro che un concorso musicale. Iniziano a salire sul palco, uno ad uno, una rosa finalisti che cantano i loro inediti per aggiudicarsi il primo premio di 3.000 euro (che poi avrebbe senso se i cantanti fossero tutti dei rapper, ma invece no: la serata va avanti con un fritto misto spaziando dall’hip-pop al neo-melodico. Non è tutto un po’ fuori tema? La mia amica M mi guarda come per dire “che stiamo vedendo?”).

Tra gli artisti che si esibiscono sul palco ce ne sono alcuni molto bravi e interessanti, tuttavia l’atmosfera cambia e si ha la percezione di non assistere a uno spettacolo ma solo a una sfilata di concorrenti, un mix tra il festival di Sanremo in salsa romana, e X-factor senza giudici, scenografie, luci e tutte quelle cose fighe che rendono X-factor figo. Osservando il pubblico si intuisce che la maggioranza di esso non è composta di persone interessate all’evento in sé e per sé, bensì dai parenti e dagli amici dei concorrenti. Ciò lo dimostra il fatto che, ogni volta che uno di loro sale sul palco, una parte della platea si accende, ricordandomi una roba alla Amici di Maria di Filippi. Ma le competizioni canore hanno sempre in questo il loro più grande limite, facendo prevalere la competizione sullo show.

Gli intenti della serata si fanno ancora più confusi quando insieme agli autori musicali vengono inseriti in gara dei video-maker. Cosa? Si, video-maker che proiettano video musicali realizzati da loro per delle band romane, dove a competere però non è la band del video ma il video-maker stesso. Finchè si tratta di generi musicali diversi va bene la competizione, ma come si può giudicare se sia più “bella” una canzone e un video? Quindi per fare un riassunto mi ritrovo a vedere una gara audio-visiva tra rapper, musicisti non rapper e video-maker e tutti competono per lo stesso premio.

Arrivano gli ospiti, ovvero i Flaminio Maphia al completo (ma l’orchestraccia?) che, con un paio di pezzi, movimentano la serata. Sul palco i due rapper ballano, saltano con grande energia. In platea la gente è seduta sulle loro poltronice di velluto rosso e, al massimo, va a tempo di musica battendo le mani. La location stride in maniera netta con l’evento, un po’ come quando sul palco dell’Ariston arrivano certi ospiti che portano musica ritmata, ma ad ascoltarli c’è un pubblico di mascheroni mummificati sulle loro poltroncine.

Ma finalmente c’è il verdetto della giuria. I tre vincitori, dal primo al terzo, sono Cranio Randagio, Emilio Stella e il video-maker Ludovico Boccianti. Tutti e tre premiati in maniera poco poetica ma molto concreta direttamente con un bell’assegno firmato, roba che almeno potevano fargli una targhetta per ricordo. La canzone di Cranio Randagio, al secolo Vittorio Andrei, effettivamente è una spanna sopra a tutte le altre e lo stesso artista è un bel personaggio, di quelli che potrebbero avere seguito (dovrebbe essere stato pure a X-Factor). Il suo pezzo “Mamma Roma, Addio” (per ascoltarla: “Mamma Roma, addio” di Cranio Randagio) inizia inoltre con un voice over di Remo Remotti che, con la sua voce roca e gracchiante, dice più o meno questo:

Adesso vi spiego in tre parole perché sono andato via da Roma nel ’51.
Me ne andavo da quella roma addormentata, da quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse e ci voleva la raccomandazione. Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”… Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!

E così me ne esco dalla Sala Sinopoli, con la mia amica mezza addormentata e con i testa le parole di Remotti. La Bonelli ha salutato tutti al prossimo anno. La mia speranza è che riesca a colmare certe lacune dell’evento e a dare una direzione più netta e precisa a un progetto che su carta ha delle potenzialità interessanti.

Ma poi, dove stava l’Orchestraccia?

About Lorenzo Giovenga

Lorenzo Giovenga
Lorenzo Giovenga è un giovane regista italiano. Esordisce nel 2009, insieme al collega e amico Giuliano Giacomelli, col lungometraggio horror “La Progenie del Diavolo“. Insieme, sempre nel 2009, firmano anche i cortometraggi “Pianto Rosso” e “Voce dall’Inferno“. Nel 2011 fonda insieme a Giuliano Giacomelli e Lucio Zannella la Rec-Volution Lab.

Guarda anche

Straight Outta Compton - bd pack front

Il biopic sugli N.W.A “Straight Outta Compton” disponibile in Home Video

Seguite il gruppo musicale più pericoloso al mondo, N.W.A., mentre dalla rabbia e frustrazione del …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *